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Usa, accuse all’ordine degli psicologi: “Sostenne la Cia nelle torture a Guantanamo e Abu Ghraib”

+-*Dopo le stragi dell’11 settembre l’Ordine degli Psicologi americani collaborò segretamente con l’amministrazione Bush per rafforzare le giustificazioni etiche e legali delle torture a cui furono sottoposti prigionieri catturati nella guerra al terrorismo. La denuncia è di un rapporto di psicologi dissidenti e attivisti per i diritti umani ottenuto dal New York Times.

Costruito sulla base di messaggi email inediti, il dossier è il primo a stabilire un legame tra l’American Psychological Association e gli interrogatori sotto tortura dei detenuti nelle basi Usa, a Guantanamo e a Abu Ghraib. Sostiene che gli sforzi del gruppo per mantenere psicologi coinvolti nel programma di interrogatori coincisero con quelli dell’amministrazione Bush di salvare il programma dopo la devastante pubblicazione nel 2004 delle foto di abusi nel carcere di Abu Ghraib in Iraq.

“L’APA si coordinò segretamente con funzionari della Cia, della Casa Bianca e del Pentagono per definire giustificazioni etiche degli interrogatori sulla base della sicurezza nazionale che si allineavano con le linee guida legali che autorizzavano le torture da parte della Cia”, concludono gli autori del rapporto.

Il coinvolgimento degli psicologi è rilevante perchè a sua volta aiutò il Dipartimento della Giustizia a argomentare in segreto che il programma era legale e non costituiva tortura dal momento che professionisti della salute supervisionavano le attività degli agenti dell’intelligence.

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Pensioni, opposizioni all’attacco del Governo e del Pd: “Avete votato quella norma, ora ridateci il maltolto”

+-*”E ora ridateci il maltolto”. Non ci voleva. La sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato il blocco delle perequazioni pensionistiche per i trattamenti superiori tre volte il minimo Inps, previsto dal decreto Salva-Italia messo a punto dal duo Fornero-Monti, proprio non ci voleva. Perché rischia di aprirsi una voragine nelle casse pubbliche di 5 miliardi di euro, secondo le più rosee aspettative. La decisione della Consulta investe le pensioni di circa 6 milioni di persone con trattamento superiore ai 1.400 euro mensili lordi.

Uno choc che il Governo prova a dissimulare o a ridimensionare: Palazzo Chigi parla di “prova facile, ma non siamo molto preoccupati”, e predica “calma e gesso”. Il viceministro dell’Economia Morando non nasconde lo stupore: “Mi sembra in questo senso che ci sia un difetto, magari c’è una spiegazione che non abbiamo ancora letto”, riferendosi all’effetto retroattivo della sentenza della Corte.

E tuttavia opposizioni e sindacati sono subito partiti all’attacco. La più agguerrita è ovviamente la Lega, che fa delle pensioni un cavallo di battaglia: “È un bello sberlone alla Fornero, al Pd e a chi votò quella legge infame – va giù duro Salvini -. Ma ora aspetto da Renzi una risposta: per superare quella legge infame, sono pronto, se serve, a votare una proposta Lega-Pd”. Un guanto di sfida che difficilmente il governo intenderà raccogliere. Salvini lancia poi una provocazione che, anche questa, si prevede sortirà pochi effetti: “Io toglierei la cittadinanza italiana alla ‘signora’ Fornero”.

Per la Cgil “dopo la vicenda degli esodati un altro clamoroso colpo alla legge Fornero: la sentenza della Corte Costituzionale conferma che la cosiddetta riforma non sta in piedi e che le norme vigenti vanno cambiate”, dice Vera Lamonica, segretaria confederale. La Cisl invita il governo a riflettere: “La decisione della Consulta sia un monito per il governo”. Per la Uil è l’ora “che ci ridiano il maltolto”.

L’obiettivo è quello di riaprire il capitolo pensioni. È dello stesso avviso Nichi Vendola, leader di Sel: “Consulta boccia parte della legge Fornero sul blocco rivalutazione delle pensioni: ora il Pd (che allora votò la norma) la faccia cambiare dal governo attuale. Lo riconosce anche la Corte Costituzionale: la legge Fornero è una legge ingiusta. Ora i pensionati italiani colpiti da quel provvedimento hanno diritto di riavere quello che gli spetta”. Così anche nel Pd, l’esponente di minoranza Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro della Camera invita il governo a riaprire il capitolo previdenziale.

Altra voce di maggioranza è quella di Nunzia De Girolamo vede nella decisione della Corte uno “stimolo per il governo” a intervenire: “Dovremmo avere tutti l`umiltà e l`onestà politica di dire che quella riforma è stata un errore. Non possiamo più permettere che sia la corte costituzionale a sanare i nostri sbagli, commissariando di fatto governo e Parlamento”.

Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, invece festeggia: “Chiedevamo da tempo una presa di posizione della Corte Costituzionale sul blocco delle indicizzazioni delle pensioni da 1400 euro. Oggi è arrivata e per una volta a sorridere non sono solo i pensionati d’oro”. Il Movimento 5 Stelle va invece all’attacco del tesoretto: “Questa è la pietra tombale sul tesoretto di Renzi. I pasticci del governo Monti sono nodi che adesso vengono al pettine. Le lacrime di allora da parte dell’ex ministro Fornero si sono trasformate in macigni che ricadono sulla testa dei successori e di tutto il Paese. Ora vogliamo proprio vedere se Palazzo Chigi continuerà a dire che c’è un tesoretto da elargire, magari prima delle elezioni”.

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Pensioni, la Consulta apre una voragine nei conti pubblici e manda all’aria i piani del governo

+-*Altro che tesoretto. Il problema per Matteo Renzi presto non saranno più i soldi in eccesso da spendere ma quelli in meno da trovare. Un mucchio di soldi, da 5 a 10 miliardi, per tappare il mega buco nei conti pubblici che la Corte Costituzionale ha aperto di fatto oggi, con la sentenza che ha dichiarato incostituzionali le norme del decreto Salva-Italia che hanno bloccato per il biennio 2012-2013 la rivalutazione delle pensioni sopra i 1400 euro.

L’ordine di scuderia partito da Palazzo Chigi per il momento è un invito a non farsi prendere dal panico. “Stiamo verificando l’impatto che la sentenza della Consulta può avere sui conti pubblici, non sarà una prova facile ma non siamo molto preoccupati”, ha fatto sapere il governo. “Calma e gesso. Studieremo la sentenza e troveremo la soluzione”.

Ma malgrado le rassicurazioni del governo la questione è seria e per niente una questione da addetti ai lavori. “Ancora non abbiamo effettuato i calcoli ma è chiaro che la sentenza ha conseguenze rilevanti sul bilancio pubblico”, ha dovuto riconoscere il viceministro dell’Economia Enrico Morando. La forchetta sul possibile impatto per le casse dello Stato è così ampia perché è difficile fin da subito stimare la somma che il governo potrebbe essere chiamato a recuperare. Vale a dire restituire ai circa sei milioni di pensionati che da questo congelamento sono stati interessati. In ogni caso, anche nel più ottimistico degli scenari, la bomba della Consulta costringe il governo a ridisegnare completamente i propri piani.

A proposito di scenari, il punto di partenza è la stima fornita dall’Avvocatura di Stato, ricavata dalle previsioni contenute nella relazione tecnica del decreto Salva-Italia, dove si calcolava per il solo 2012-2013 un risparmio di 4,9 miliardi di euro. Tre tesoretti, per intendersi. E sarebbe soltanto l’inizio. Perché non si tratta soltanto di rimborsare il “maltolto” relativo al biennio contestato, il 2012-2013. Anche a blocco scaduto, nel 2014, le successive rivalutazioni avrebbero dovuto essere quindi calcolate non più sull’assegno congelato del 2011 come è accaduto, ma sull’assegno nuovo.

Sembrano tecnicalità, ma la stessa relazione tecnica stimava anche gli effetti della norma sugli anni successivi, circa 3 miliardi all’anno dal 2014 in avanti. Se la norma cade, questi risparmi previsti a bilancio vanno recuperati altrove e le somme vanno corrisposte ai pensionati, portando il conto finale fino a 10 miliardi. A cui si aggiungerebbero eventualmente altri 3 miliardi da trovare a regime a partire dal 2016.

relazione tecnica

Anche per il sindacato Pensionati il conto da pagare potrebbe essere ancora più salato dei 5 miliardi fino ad ora citati. Per lo Spi l’effetto complessivo del “congelamento” deciso dal Salva Italia ha significato mancati adeguamenti per 9,7 miliardi di euro. “Avevamo ragione noi. Il blocco della rivalutazione delle pensioni voluto dalla Fornero era profondamente ingiusto e perfino incostituzionale.”, ha attaccato il segretario generale dello Spi Carla Cantone. “Il governo deve modificare subito la legge Fornero, cosa per la quale basta un semplice decreto”.

La questione è sì, prevalentemente contabile, ma anche politica. Secondo la Corte Costituzionale, la norma cassata “si porrebbe in contrasto con il principio di eguaglianza e ragionevolezza, causando una irrazionale discriminazione in danno della categoria dei pensionati”. Non solo, la Consulta di fatto sottolinea la disposizione in questione “si limita a richiamare genericamente la ‘contingente situazione finanziaria’” nel giustificare la necessità di una misura così gravosa.

Un po’ come dire che interventi di questo tipo, se applicati, vanno anche adeguatamente motivati. Lo spiega la Corte poche righe più avanti. “L’interesse dei pensionati, in particolar modo di quelli titolari di trattamenti previdenziali modesti, è teso alla conservazione del potere di acquisto delle somme percepite, da cui deriva in modo consequenziale il diritto a una prestazione previdenziale adeguata. Tale diritto, costituzionalmente fondato, risulta irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio”.

Insomma, l’ordigno della Consulta manda all’aria sì i piani di Renzi ma fa un brutto scherzo anche all’ex premier Monti. Mettendo in discussione la legittimità di una parte del suo principale provvedimento politico. Una sorta di schiaffo all’austerity che porta in dote a sei milioni di pensionati anche un probabile tesoretto, ben più cospicuo di quello al centro della scena in questi giorni. Con un’incognita però pesante che già grava sul futuro: dove prenderà il governo le risorse che la Consulta gli sta chiedendo di restituire?

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Expo, primo esame per la sicurezza: “Un blocco di due-tremila antagonisti con cui non è stato possibile dialogare”

+-*Appunti sparsi dalla vigilia dell’inaugurazione di Expo: una decina di perquisizioni; un covo freddo e svuotato; un arresto; cariche di alleggerimento contro un gruppo di anarchici infiltrati al corteo No Expo degli studenti; scritte, spray e vetrine rotte; l’espulsione dei tre tedeschi trovati ieri con mazze ferrate, maschere antigas e stracci e bottiglie utili per fabbricare molotov. Altri tre tedeschi sono stati fermati su un furgone con i vetri schermati: avevano bombolette con urticante ed è probabile che a Milano non volessero fare proprio una passeggiata.

Le informazioni di intelligence e dell’Interpol parlano chiaro: “Due-tremila persone arrivate nei giorni scorsi sono pronte ad incendiare Milano”. Genericamente ascrivibili a quelle due paroline black-bloc. A Genova, quattordici anni fa, ne bastarono molti meno.
Mentre i red carpet di Armani, della Scala e di piazza del Duomo si animano delle eccellenze del made in Italy in tutte le sue forme, moda, cinema, musica, sport con tocchi di Hollywood, premi Oscar e star come Bocelli e Tina Turner per inaugurare Expo, un sistema di sicurezza imponente per numeri e tecnologia prosegue l’altro lavoro, parallelo a quello della Esposizione internazionale: fare in modo che fili tutto liscio. A cominciare da ora. E almeno per i prossimi sei mesi.

Una fatica già iniziata in queste “Cinque giornate di Milano” che mescolando Primo Maggio, diritti negati ed Expo sono diventate un piatto ricchissimo per le forze antagoniste e anarchiche italiane ed europee. “Qui andiamo avanti giorno dopo giorno” dicono dal gabinetto della questura di Milano dove il questore Luigi Savina è, insieme al prefetto, il vertice di una catena di comando che gestisce 4.600 uomini (esercito compreso) e una sala operativa altamente tecnologica forte, ad esempio, di cinquemila telecamere a tutela di luoghi e obiettivi.
Il capo della polizia Alessandro Pansa mette in chiaro, e non lo fa solo da oggi, come stanno le cose: “I timori sono tanti perché Expo è un palcoscenico mondiale ed eccezionale per chi cerca notorietà nel male”. “Tanti” su un doppio piano, quello della sicurezza interna e sul fronte della minaccia jihadista. Inutile dire che molti, tutti quelli che ne hanno l’età, non possono non osservare che il contesto nazionale e internazionale è molto simile a quello di quattordici anni fa, luglio 2001, i giorni del G8 di Genova.

Il dispositivo di sicurezza di Milano è completamente diverso. Non ci sono zone rosse artificiali blindate con reti di metallo alte tre metri e mezzo e i padiglioni dell’Expo restano naturalmente isolati a 12 km dal centro della città. Il questore Savina punta molto sul “dialogo” con gli organizzatori dei gruppi e delle sigle che hanno organizzato le “Cinque giornate” (questo ci fu anche a Gonova) tra cui il corteo “No Expo”, domani, considerato l’appuntamento più a rischio.

Ma il questore punta ancora di più sulla prevenzione (decisamente carente a Genova). Polizia, carabinieri, Guardia di finanza, eseguono ogni giorno perquisizioni ad indirizzi mirati, e finora tutti giusti, per disinnescare possibili focolai di guerriglia urbana. Mercoledì sono state passate al setaccio le case popolari occupate da gruppi antagonisti al Giambellino. Oggi i controlli sono scattati in via Ambrogio de Predis, in via Mac Mahon, in via Bramantino all’interno del centro sociale La Madragola. Una ragazza avrebbe messo le mani addosso ad un agente ed è stata arrestata. Un gruppetto di anarchici è arrivato in soccorso e c’è stata qualche tensione. “Abbiamo cercato il dialogo con tutte le anime della manifestazione – dice un funzionario della Digos di Milano – il problema è uno zoccolo duro pari al 10 per cento (sui 20-30 mila previsti, ndr) con cui non c’è alcuna possibilità di interlocuzione”. Si tratta di soggetti per lo più stranieri arrivati nel nord Italia nei giorni scorsi soprattutto da Francia, Germania, Grecia e Spagna. La novità di questo black bloc internazionale sarebbe la presenza di bosniaci e giovani dall’est.

Questura e prefettura hanno deciso di cambiare il percorso del corteo di domattina . A Milano sono segnati in rosso ben 490 obiettivi (al netto dell’area Expo) ed è consigliabile spostare la marcia lontano dal centro storico “passando da via De Amicis e via Carducci per concludersi in piazza Cadorna”. Protestano gli organizzatori (Cobas e Cub) che parlano di “scenari di guerra inesistenti” e assicurano che il loro sarà un “corteo pacifico in solidarietà ai lavoratori della Scala sotto ricatto per la Turandot e alle migliaia di lavoratori che il Primo maggio saranno costretti a lavorare in barba a norme e sentenze”.

Bonifiche e perquisizioni continueranno anche stanotte. “Saremo durissimi contro chi cerca lo scontro per garantire il diritto a manifestare legalmente ” è la promessa del ministro dell’Interno Angelino Alfano. Si dice sempre così. Poche ore e comincerà, tutto insieme: corteo, Primo maggio, Expo. Alla presenza del presidente del consiglio Matteo Renzi. In effetti, una vetrina eccezionale.

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Expo, i ragazzi si preparano alla manifestazione: “Questa società che si fa bella con Expo, fa schifo”

+-*MILANO – Arrivano a gruppi, qualcuno in coppia, qualcuno pure da solo. Tende, zaini, gli striscioni per la manifestazione di domani ancora arrotolatati. Al Parco Trenno, periferia Nord di Milano, prende vita il campeggio dei No Expo. Questo immenso polmone verde è un simbolo per chi da sempre si oppone all’Esposizione Universale. Da qui sarebbero dovute passare le contestatissime Vie d’acqua. Un progetto che avrebbe dovuto unire, tramite canali navigabili, Milano al polo espositivo di Expo a Rho, poi ritirato anche per i ritardi nei lavori, ma considerato dai contestatori dell’evento milanese come una loro vittoria.

Qui si riuniranno i manifestanti di tutto il mondo per valutare le azioni da compiere nei prossimi giorni. Su tutte la May Day Parade di domani pomeriggio, dove si temono scontri e dimostrazioni ben peggiori di quelli accaduti oggi durante il corteo degli studenti. Questo dovrebbe essere il quartier generale delle ormai note “ cinque giornate di Milano”. Eppure, per ora, l’atmosfera è da concerto, da raduno festoso. Ci sono bar che cucinano esclusivamente vegano, una birreria e una libreria dove si terranno workshop e riunioni. Le casse mandano musica di Bob Marley e qualche pezzo Ska.

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Della polizia, tra tardo pomeriggio e sera, non c’è ombra. Controllano da lontano, tutto sembra tranquillo. Persino la bocciofila del parco è ancora presa d’assalto dai pensionati della zona. Qualcuno di loro scambia anche quattro chiacchiere con i manifestanti, sono incuriositi dalla protesta. C’è chi condivide e chi borbotta in milanese, suggerendo loro di trovarsi un lavoro.

I No Expo sono una realtà frastagliata, che va da comitati di quartiere, ambientalisti e associazioni Lgbt a centri sociali, anarchici, balck bloc e No Tav. Al campeggio, per ora, ci sono soprattutto giovani da tutta Italia, ma anche da Francia, Germania, Spagna e Inghilterra. I centri sociali e alcuni storici leader della protesta non sono ancora arrivati. Ci sono tanti studenti universitari, ma anche liceali. C’è un gruppo di Bergamo, ragazzi e ragazze appena maggiorenni. Piercing e zainetti, birre nelle mani. Di Expo contestano soprattutto l’aspetto che riguarda il lavoro gratuito e il precariato.

Raccontano di aver seguito la protesta solo negli ultimi mesi, perché gli insegnanti hanno parlato dell’Esposizione in modo acritico, proponendo loro di fare i volontari. “Roba da matti –commenta Francesco, 18 enne che vorrebbe diventare regista- Se il mondo del lavoro non cambia noi non avremo futuro. Non voglio andarmene dal mio Paese. Non ci piace nemmeno che si parli di cibo per tutti e poi si abbiano sponsor come Mc Donald e Coca Cola”.

La maggior parte dei campeggiatori parla volentieri, ma molti non vogliono farsi riprendere né fotografare, nemmeno da lontano, nemmeno con un telefonino. “Metti giù, per favore” dice gentilmente un ragazzo con accento francese. Esce da un capannello di persone che parlano fitto in cerchio. Probabilmente stanno facendo una riunione operativa, ma appena qualcuno di sospetto si avvicina smettono di parlare. Allontanano persino una signora che porta a spasso il suo cane. Uno di loro si spazientisce e usa toni meno accomodanti: “Adesso basta con quel telefono –ci dice- cancella ‘sta cazzo di foto”.

“La nostra protesta è giusta. Questa società, che si fa bella con una porcata come Expo, fa schifo – grida Simone, catanese e studente di Biologia – Noi la vogliamo cambiare. Bisogna alzare il livello dello scontro popolare. Non lo facciamo solo noi. A Bologna gli insegnanti hanno protestato contro questa schifosa riforma della scuola e anche loro sono stati etichettati come contestatori, gente di 50 anni. Voi media gonfiate tutto”.

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Un altro ragazzo sfodera uno smartphone con vetro rigato, riguarda i video del corteo studentesco. “Ma dai hanno fatto solo bene a imbrattare la sede di Manpower, se lo meritano sti stronzi e poi questa mica è violenza”. La tensione per la manifestazione di domani, comunque c’è. “Vogliamo essere uniti, spero non ci siano gruppi che faranno di testa loro. È importante fare sentire la nostra voce. Il dissenso è violento per definizione. Deve essere rottura, ma nei limiti. Expo fa schifo, è il regno dei corrotti, il simbolo del degrado di questo Paese”.

Dietro di loro un gruppo di persone, alcuni non più giovanissimi, discute a bassa voce e guarda male chi si avvicina troppo. Altra riunione. Qualcuno ha in mano una cartina di Milano. Ci passa le dita sopra, come a indicare un percorso, forse quello della manifestazione. Forse quello che porta ad altri “obiettivi sensibili”, come Expo Gate, Piazza Affari, il teatro La Scala e il Palazzo delle Stelline.
Quest’anno il corteo del 1 maggio non passerà dal centro, ma si teme che i gruppi più violenti si stacchino dal corteo per compiere azioni mirate in alcune zone della città.

Giulia, studentessa milanese di liceo classico a cui stanno a cuore soprattutto l’impatto ambientale di Expo e l’ingiusta partecipazione delle multi nazionali guarda da lontano gli attivisti in riunione. Le suona il cellulare, un iphone ultimo modello: “Ciao mamma, tutto bene sì. Non preoccuparti. No promesso, se c’è casino in manifestazione mi stacco”. Sbuffa, alza gli occhi al cielo poi guarda l’amica e dice “Io però, alla fine, un po’ di paura per domani ce l’ho”.

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Renato Brunetta contro Maria Elena Boschi: “Volubile e amante del potere, come tutte le donne”. Ed è polemica: “Sessista”

+-*”La gentile Boschi mi attribuisce cambi di umore, che tra l’altro non ho mai avuto. Peccato banalizzi così, con tanta superficialità, un dramma per la nostra democrazia. Una violenza che Renzi e il governo, nel quale la ministra siede, hanno deciso di infliggere al Parlamento e alle nostre regole istituzionali”. Lo dichiara il presidente dei deputati FI, Renato Brunetta.

“Ricordo molto bene le telefonate accorate della Boschi durante la prima lettura dell’Italicum originario alla Camera, ricordo i suoi timori e – aggiunge – i suoi tremori, le sue garbate ma puntuali raccomandazioni. Peccato che poi quel testo condiviso sia stato stravolto dalla Boschi e da Renzi durante il secondo passaggio, al Senato. Modifiche accettate da Forza Italia con un’unica stella polare all’orizzonte: quella dell’elezione condivisa del presidente della Repubblica”, spiega Brunetta. “Il resto è storia. E piange il cuore raccontare nuovamente il comportamento truffaldino del presidente del Consiglio. Quanto alla Boschi, si sa, le donne – dice ancora Brunetta – sono fatte così, come Renzi del resto: volubili e amanti del potere”.

Intervenendo a Porta a Porta, il ministro per le Riforme ha detto che “non dipendiamo dai cambi di umore di Brunetta. Noi andiamo avanti, non siamo disposti a mettere la legge elettorale nel cassetto per assicurarci qualche mese in più al Governo. Il nostro impegno ha senso se davvero diamo una opportunità all’Italia”.

Subito però è scoppiata la polemica: “Brunetta, con le tue ultime dichiarazioni dimostri chi sei: un sessista, non certo uno statista”, scrive il deputato Pd Ernesto Carbone. A lui si è aggiunto Silvia Fregolent: “La risposta di Brunetta alle critiche della ministra Boschi è uno di quei casi in cui la mancanza assoluta di argomenti costringe a rifugiarsi negli stereotipi maschilisti da bar. Ai rilievi politici della ministra Boschi – spiega Fregolent – Brunetta non ha saputo opporre altro argomento che una volgare generalizzazione sull’ambizione e la volubilità femminili. Certo, l’impresa di Brunetta di combattere a spada tratta lo stesso testo che il suo partito ha votato al Senato è di quelle disperate ma, calpestata la coerenza, Brunetta poteva almeno risparmiare il buongusto”, conclude.

Brunetta ha quindi risposto via twitter a chi lo ha attaccato:

Carbone-Fregolent tranquilli.Anche uomo Renzi è come Boschi. Essere volubile e amante potere è categoria eterna spirito.Il sesso non c’entra

— Renato Brunetta (@renatobrunetta) 30 Aprile 2015


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Italicum: Il muro dei 38 irriducibili, lo scouting dei renziani (per ora) fallisce

+-*Ancora non si sono depositate le polveri della battaglia sull’Italicum (che si chiuderà ufficialmente lunedì sera alla Camera) e già si riapre il dossier Senato. Quello che aveva trasformato, a fine luglio del 2014, l’Aula di palazzo Madama in un Vietnam, con migliaia di emendamenti e opposizioni sulle barricate. Renzi sembra disponibile ad alcune correzioni, da fare a giugno, prima della pausa estiva. Non certo a riaprire l’intero dossier. “Se lo riteniamo necessario ci sarà spazio per riequilibrare ancora la riforma costituzionale facendo attenzione ai necessari pesi e contrappesi: nessuna blindatura, nessuna forzatura”, ha messo per iscritto in una lettera alla Stampa il 29 aprile.

Il premier non sembra intenzionato a riaprire la pratica prima del voto finale sull’Italicum. E in ogni caso, spiega chi gli ha parlato, è assai probabile che la commissione Affari costituzionali se ne occuperà solo a giugno, dopo le regionali. “Vogliamo metterci le mani, ma è prematuro parlarne adesso”, mette a verbale Lorenzo Guerini. E tuttavia, la questione travalica il perimetro della faida dentro il Pd. Angelino Alfano, ad esempio, ha colto l’occasione per rilanciare un vecchio pallino di Ncd, l’elezione diretta dei senatori: “Chiediamo al governo di modificare la riforma costituzionale, e abbiamo una proposta che ha portato avanti Quagliariello, che secondo noi potrebbe dare ai cittadini una possibilità maggiore di esprimersi in riferimento al Senato”, spiega il leader Ncd a Rtl 102.5. “Crediamo che adesso, dopo questo successo sull’Italicum, la scelta giusta del governo e del presidente del Consiglio dovrà essere quella di aprire veramente un negoziato sulla nuova impostazione da dare al Senato e anche al capitolo dei contrappesi, dei bilanciamenti istituzionali. Mi riferisco per esempio al sistema delle authority e a un sistema del Senato più legittimato dal voto popolare”.

La proposta di Quagliariello sarà pronta la settimana prossima e si articola su una riscrittura dell’articolo 49 della Costituzione (che regola la vita dei partiti), una legge quadro sulle Authority e un intervento sul ddl Boschi teso a rafforzare l’indicazione dei senatori da parte dei cittadini “senza però azzerare il percorso sin qui compiuto”. L’articolo 2 del disegno di legge (che regola la composizione del Senato), infatti, è già stato approvato in copia conforme da Senato e Camera, e dunque non sarebbe possibile fare ulteriori modifiche senza ripartire da zero. Un impasse tecnico che, secondo alcuni parlamentari, potrebbe essere superato. Anche con l’escamotage di una legge elettorale ad hoc per il Senato, che potrebbe prevedere una scheda speciale per i consiglieri regionali/senatori (il cosiddetto “listino”), oppure un meccanismo che premi i più votati dai cittadini in ogni regione, che sarebbero automaticamente nominati senatori. In ogni caso, salterebbe il meccanismo previsto dalla bozza già votata due volte, e che prevede l’elezione dei senatori da parte dei consigli regionali.

Anche la minoranza Pd è molto attiva sulla riforma del Senato. Ma, anche in questo caso, non c’è unità di intenti su quali punti modificare. C’è chi punta a inserire i presidenti di Regione come senatori di diritto, chi sogna il modello del Bundesrat tedesco (Senato composto da delegazioni dei governi dei Lander), e chi invece vuole che la riforma del Titolo V torni ad una impostazione più federalista e meno centralista. C’è anche chi, come l’ala più legata a Bersani, chiede un Senato “di controllo e di vigilanza”. Spiega il senatore Miguel Gotor: “Bisogna intervenire sulle competenze, sulle garanzie e sulla rappresentatività del Senato. Nel prossimo passaggio in Senato va rivalutata la questione dell’elezione diretta dei senatori in concomitanza con le elezioni regionali”. Inoltre, prosegue Gotor, “nel passaggio alla Camera sono state eliminate competenze del Senato, poteri di vigilanza e controllo che andranno ripristinati rispetto allo strapotere della Camera politica che conserva il voto di fiducia ai governi”.

Per ora, dunque, una bozza di lavoro non c’è. “No a compromessi al ribasso”, dice Gotor e, sull’altro fronte, il ministro Boschi spiega che “non ci sarà nessun baratto tra Italicum e riforme costituzionali”. Un modo per dire che la trattativa tra le anime del Pd è chiusa. Nel voto finale di lunedì, i renziani mettono in conto qualche no in più rispetto ai 38 della fiducia. Forse una decina, comunque ampiamente dentro la soglia di sicurezza per il governo. In queste ore lo scouting dei renziani tra i dialoganti della minoranza sembra fermo, con i numeri delle varie fazioni ormai assestati. “Chi non ha votato la fiducia voterà no alla legge, a questi potrebbero aggiungersi altri deputati, massimo una decina”, spiegano fonti Pd. I sì all’Italicum sono dunque stimati tra 330 e 340.

Passata la nottata, si potrà riaprire il dossier Senato. Sull’elezione diretta, Renzi è sempre stato fermamente contrario. Possibile dunque che i contrappesi siano trovati altrove, magari aumentando qualche potere di controllo e vigilanza. “Ma non si può riazzerare tutto”, insistono da palazzo Chigi. I duri del Pd, dall’altro fronte, ricordano che a palazzo Madama i numeri della maggioranza sono assai risicati. E dunque, se il premier vuole andare avanti con la “Grande riforma”, ha solo due strade: trattare con i duri della minoranza Pd (che conta su una ventina di senatori), o riaprire il tavolo del Nazareno con Berlusconi. Una scelta che si farà solo dopo le regionali. E che sarà influenzata dai risultati, a partire da Liguria, Veneto e Campania. In caso di tracollo di Forza Italia, il Cavaliere potrebbe tornare tra le braccia di Matteo. Anche con un soccorso in Senato

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Trovano un tesoro dei pirati nella soffitta dei nonni: due nipoti scoprono un baule con uno scheletro, antiche monete, un anello e una mappa (FOTO)

+-*Quello che ci si aspetta di trovare nella soffitta dei nonni non è di certo il tesoro di un pirata. Invece è proprio questo ciò che si sono trovati davanti due nipoti, mettendo in ordine gli oggetti abbandonati della vecchia casa di Tampa, in Florida. Un antico baule impolverato conteneva lo scheletro di una mano con un anello infilato al dito, alcune monete, una foto di matrimonio dei bisnonni e una mappa. I due fratelli che hanno fatto la scoperta, Mike e Maria Lopez, hanno ricordato che il nonno era solito raccontargli storie sul padre e sulla sua caccia al tesoro del pirata José Gaspar. “Non gli abbiamo mai creduto, forse invece il nostro bisnonno era davvero un pirata”, ha spiegato Mike.

Family finds ‘pirate treasure’ of coins, human hand, and map in attic http://t.co/ezenKDzWRO pic.twitter.com/nVUQlpqXec

— Daily Mail US (@DailyMail) 29 Aprile 2015

Per vederci più chiaro, i due hanno deciso di far esaminare il “tesoro” da un esperto antiquario che lo ha definito “autentico”. La mappa rappresenta la città di Tampa così come si presentava negli anni ’30, le monete sarebbero portoghesi e spagnole e risalirebbero al diciottesimo secolo, come l’anello. Ma è proprio lo scheletro della mano che indossa il gioiello a costituire il mistero più grande: a chi apparteneva? Perché è stata conservata ed è finita in quella soffitta?

“Forse il mio bisnonno ha messo in scena la più grande burla sui pirati di sempre oppure davvero aveva trovato un tesoro. Non lo sapremo mai”, ha spiegato la nipote Maria. Ad avvalorare i racconti dell’antico parente dei Lopez ci sono, però, anche le leggende locali: ancora oggi a Tampa si festeggia un carnevale in onore di José Gaspar. Tutti sanno che il pirata, famoso per i suoi saccheggi nelle coste della Florida, nascose un grande tesoro da qualche parte. Chissà se fu proprio il bisnonno di Mike e Maria a trovarlo e a metterlo in salvo.

Family finds pirate treasure in attic.
http://t.co/UVeM0uRzzk pic.twitter.com/X47PPMRXvO

— Aura Lacruz (@alacr004) 30 Aprile 2015

Tampa family finds pirate treasure in grandpa’s attic http://t.co/iROe5odBpV pic.twitter.com/uH2eNjIj9D

— Lansing StateJournal (@LSJNews) 29 Aprile 2015

Fla. family finds ‘pirate treasure’ containing old hand, coins http://t.co/nIVMK34HZX pic.twitter.com/48LMq5RxDZ

— ☼ (@La_G4ta) 30 Aprile 2015

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Expo, da Roberto Speranza a Leonardo DiCaprio: Matteo Renzi si lascia alle spalle l’Italicum per Armani

+-*Da Roberto Speranza a Leonardo DiCaprio, da Pierluigi Bersani a Tom Cruise, dalla bolgia Pd alla mega-festa per i 40 anni della produzione Armani. Un salto troppo lungo? Non per Matteo Renzi che si prepara a passare dalle giornate di fuoco per lo scontro interno al Pd sull’Italicum alle giornate di festa per l’inaugurazione dell’Expo a Milano. Sempre che anche quelle milanesi non si trasformino in giornate infuocate, visti gli allarmi degli addetti alla sicurezza sulle manifestazioni di protesta dei ‘No Expo’. Ad ogni modo, al netto di tutto, la volata del premier dal caos politico romano ai lustrini dell’esposizione universale inizia oggi stesso, subito dopo il terzo e ultimo voto di fiducia sull’Italicum alla Camera, che è andato liscio come i primi due. Dal Pd alle star di cinema e spettacolo perché sarà l’inaugurazione del nuovo silos di Giorgio Armani il primo evento che a Milano darà il via a Expo.

Circa 4.500 mq di spazio, struttura in quattro piani con la migliore selezione di abiti Armani dal 1980 a oggi. E’ la festa per i 40 anni della produzione di Giorgio Armani, ambasciatore Expo, che per l’occasione ha invitato il top delle star di Hollywood e dintorni. In lista ci sono Tom Cruise, Leonardo DiCaprio, Cate Blanchett, Sofia Loren, Glenn Close, Pierce Brosnan, Tina Turner che è già arrivata in città ieri in tempo per l’after dinner con il dj set di Boy George. Con loro, sul tappeto non rosso ma di prato verde allestito all’entrata del silos, stasera sfila anche Matteo Renzi e signora, come ha annunciato lo stesso Armani questa mattina in conferenza stampa a Milano.

Di certo, Renzi si butta tutto alle spalle: le 38 dissidenze del Pd che non gli hanno votato la fiducia, le critiche, le tensioni che gli sono piovute addosso in questi giorni. “La strada è ancora lunga ma ormai avviata”, dice ai suoi dopo i primi voti di fiducia incassati più che agevolmente sulla legge elettorale. Resta il voto finale di lunedì, molto probabilmente con scrutinio segreto, ottimo rifugio per chi volesse far scattare trappole che comunque il premier non teme. La legge elettorale è a portata di mano, ma per arrivarci bisogna passare attraverso l’Expo, vetrina dell’Italia sul mondo che ha portato a Milano 52 padiglioni autonomi e 9 cluster.

Infatti, se c’è una preoccupazione che circoli a Palazzo Chigi in queste ore, non è sull’Italicum ma sulla sicurezza all’Expo. E’ anche per questo che la conferma sulla presenza del premier agli eventi milanesi arriverà solo all’ultimo minuto utile, a parte la cerimonia di inaugurazione domattina all’Open Air Theatre dell’Expo, con altri venti capi di Stato e di governo. Lì Renzi ci sarà e sarà presente anche alla Turandot di domani sera alla Scala. Ma su tutti gli eventi grava il peso della preoccupazione per possibili contestazioni e incidenti. Dal silos di Armani, passando per il concerto di Andrea Bocelli stasera in piazza Duomo fino ai due eventi di domani.

Ufficialmente il corteo dei No Expo si muoverà da piazza XXIV maggio solo domani pomeriggio. E’ la MayDay, la manifestazione del lavoro precario che da un po’ di anni si tiene a Milano anche in contrapposizione al tradizionale corteo mattutino dei sindacati confederali. Quest’anno punta a rovinare la festa all’Expo. Stamattina il corteo degli studenti si è concluso senza incidenti, ma le vetrine di Manpower e di alcune banche sono state imbrattate. Lo sforzo degli addetti alla sicurezza è quello di evitare che restino imbrattati anche i lustrini della festa Expo, premier e star hollywoodiane inclusi.

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Papa Francesco e la politica: “Ma quali Prodi, Letta e Renzi. Bergoglio parlava al mondo”. Ma sulle coppie di fatto…

+-*Niente partito cattolico, sì ai cattolici in politica. “Non dobbiamo fondare il partito dei cattolici. Ma un cattolico certamente deve fare
politica, perché la politica è la più alta forma di carità”. La prima volta che Papa Francesco tocca corde di speranza e di incoraggiamento nell’approcciarsi al complicato rapporto tra fede e politica dopo aver tirato stoccate e ammonimenti sulla lontananza dai bisogni concreti della gente e sulla corruzione, non lo fa davanti a onorevoli e capi di stato, ma parlando di fronte ai ragazzi della Lega Missionaria Studenti d’Italia.

Il rapporto fra Bergoglio e la politica italiana non è mai stato idilliaco. Anzi, semplicemente non è mai stato. Quando, qualche mese dopo l’elezione, invitò tutto il Parlamento a messa, non ci sentì a cambiare la routine che ogni giorno lo vede coinvolto con un gruppetto di fedeli. Nessun riguardo, messa alle 7 del mattino e spostamento dalla cappella di Santa Marta alla basilica vaticana unicamente dovuto a questioni logistiche. L’omelia, poi, suonò quasi come uno schiaffo: “Non caricate sul popolo pesi che voi non sfiorate neppure con un dito”. La senatrice del Pd Emma Fattorini raccontava: “Non vuole nessuna empatia con noi. Neppure quella negativa che molti si aspettavano. Ammonimenti e critiche sono tutte consegnate alle parole di un’omelia bellissima e durissima. “Lontana dal popolo la classe dirigente si corrompe””. Nessun ammiccamento, nessuna photo-opportunity. La messa come momento di conoscenza attraverso i sacramenti, non come rito. Al punto che quella di Pasqua, tradizione decennale, nemmeno si tenne.

Così, per il primo appello al coinvolgimento dei cattolici in politica, la prudenza è d’obbligo. Mario Marazziti, storico esponente della Comunità di Sant’Egidio, grande amico di Andrea Riccardi, è netto: “Il Papa non parla all’Italia, ma al mondo. Un mondo che è a pezzi, sconvolto dalla crisi, in cui i cristiani vengono massacrati, in cui si accentuano le distanze tra i ricchi e i poveri. Perché la sua idea di politica è un’idea che riguarda tutti i popoli”.

Fonti dei gesuiti, che ben conoscono il Pontefice, spiegano all’Huffpost: “È così. Francesco è attento alle cose italiane, ma difficilmente potrà parlare alla sola Italia. Anche quando ha parlato ai politici italiani il suo è stato un messaggio universale. Il suo è un appello affinché i cristiani di tutto il mondo testimonino nella vita pubblica quel che vivono come esperienza, sulla scorta dell’insegnamento di Paolo VI”. Nessuna novità. Nella prima esortazione apostolica di Bergoglio, la Evangelii Gaudium, datata novembre 2013, ci sono gli stessi concetti ribaditi a un anno e mezzo di distanza: “La politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose della carità, perché cerca il bene comune”.

Spazzate via in un secondo tutte le dietrologie il cui filo riconduce a Matteo Renzi, premier di formazione cattolica il cui feeling con il mondo cattolico si dice non sia eccezionale. E il cui corollario racconta di due big della politica cattolica, come Romano Prodi ed Enrico Letta, fortemente critici con il cattolico che ignora i cattolici. E, lasciando il versante cattodem, di come anche il cattolicesimo di estrazione ciellina sia stato scherzato dal premier, che ha snobbato l’invito al Meeting e ha abbandonato al suo destino Maurizio Lupi.

E “il Papa parla al mondo, non al Palazzo” è anche quel che in Transatlantico dicono quelli che, per fede e per impegno, sono quelli che vengono considerati i più vicini a Oltretevere. “Non credo proprio che i contrasti tra Prodi, Letta e Renzi siano dovuti a disquisizioni sull’impegno dei cattolici”, ironizza Beppe Fioroni.

Il renziano Ernesto Carbone è secco: “Escludo categoricamente che il Papa facesse riferimento alla politica italiana”. “Il punto di partenza di Bergoglio – aggiunge Marazziti – è il magistero di Paolo VI, il Papa con cui lui è cresciuto, che insisteca sul senso forte di laicità della politica, e sulla necessità che i cattolici parlassero a tutti. Ancora una volta Francesco batte sul tasto dell’estroversione del mondo cattolico, dell’uscita dal proprio guscio per aprirsi al mondo”.

Ma il tasto della politica viene inequivocabilmente battuto. Fioroni non si sottrae: “Mi ha colpito che abbia usato il termine ‘immischiarsi’ nella politica inteso come un dovere non come una possibilità, perché occorre che i cattolici testimonino ogni giorno i propri valori. Essere cattolici non è un’etichetta che serve a rendere più bella la propria immagine, ma una croce da portare ogni giorno nell’impegno quotidiano”.

Il pensiero di tutti va immediatamente al prossimo step che potrebbe essere foriero di contrasti, quello sulle unioni civili. “La famiglia è una. Ed è composta da uomo e donna, per questo dico no all’adozione delle coppie omosessuali – incalza Fioroni – Così come insegnare la cultura gender crea solo confusione che non aiuta. Il punto è che bisogna che tutti vedano riconosciuti i propri diritti, ma le equiparazioni sono inaccettabili”.

Carbone è più aperto, ma fissa dei paletti: “La famiglia è la famiglia. Per me che sono cattolico, il matrimonio è un sacramento. Per cui sono convinto che davanti la legge tutti devono avere pari diritti, ma il matrimonio rimane uno”. “C’è spazio per uno sforzo laico in cui la famiglia mantiene le proprie prerogative, ma in cui a tutte le convivenze vengano riconosciuti pieni diritti”, propone Marazziti. Tancredi Turco, oggi in Alternativa Libera ma che fino a qualche tempo fa l’anima cattolica del Movimento 5 stelle, cerca la sintesi: “Il papa parla universalmente, non guarda la politica italiana. Io cerco di portare avanti valori cristiani, ma sono d’accordo con le unioni civili, lo stato deve rimanere neutrale. Sulle adozioni il discorso è diverso”.

Insomma, quello tra il Vaticano di matrice argentina e i Palazzi al di qua del Tevere sembra un rapporto destinato a marciare su binari ben distinti e paralleli. Quando arriverà la legge sulle unioni civili, il clima sarà destinato a infuocarsi. “Aspettiamo Renzi al varco – ammonisce Fioroni – Nel Pd serpeggia l’idea che sia la Chiesa a dover seguire noi e il governo. Oggi su questo Francesco ha dato una grande lezione”.

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