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Usa, accuse all’ordine degli psicologi: “Sostenne la Cia nelle torture a Guantanamo e Abu Ghraib”

Dopo le stragi dell’11 settembre l’Ordine degli Psicologi americani collaborò segretamente con l’amministrazione Bush per rafforzare le giustificazioni etiche e legali delle torture a cui furono sottoposti prigionieri catturati nella guerra al terrorismo. La denuncia è di un rapporto di psicologi dissidenti e attivisti per i diritti umani ottenuto dal New York Times.

Costruito sulla base di messaggi email inediti, il dossier è il primo a stabilire un legame tra l’American Psychological Association e gli interrogatori sotto tortura dei detenuti nelle basi Usa, a Guantanamo e a Abu Ghraib. Sostiene che gli sforzi del gruppo per mantenere psicologi coinvolti nel programma di interrogatori coincisero con quelli dell’amministrazione Bush di salvare il programma dopo la devastante pubblicazione nel 2004 delle foto di abusi nel carcere di Abu Ghraib in Iraq.

“L’APA si coordinò segretamente con funzionari della Cia, della Casa Bianca e del Pentagono per definire giustificazioni etiche degli interrogatori sulla base della sicurezza nazionale che si allineavano con le linee guida legali che autorizzavano le torture da parte della Cia”, concludono gli autori del rapporto.

Il coinvolgimento degli psicologi è rilevante perchè a sua volta aiutò il Dipartimento della Giustizia a argomentare in segreto che il programma era legale e non costituiva tortura dal momento che professionisti della salute supervisionavano le attività degli agenti dell’intelligence.

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Pensioni, opposizioni all’attacco del Governo e del Pd: “Avete votato quella norma, ora ridateci il maltolto”

“E ora ridateci il maltolto”. Non ci voleva. La sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato il blocco delle perequazioni pensionistiche per i trattamenti superiori tre volte il minimo Inps, previsto dal decreto Salva-Italia messo a punto dal duo Fornero-Monti, proprio non ci voleva. Perché rischia di aprirsi una voragine nelle casse pubbliche di 5 miliardi di euro, secondo le più rosee aspettative. La decisione della Consulta investe le pensioni di circa 6 milioni di persone con trattamento superiore ai 1.400 euro mensili lordi.

Uno choc che il Governo prova a dissimulare o a ridimensionare: Palazzo Chigi parla di “prova facile, ma non siamo molto preoccupati”, e predica “calma e gesso”. Il viceministro dell’Economia Morando non nasconde lo stupore: “Mi sembra in questo senso che ci sia un difetto, magari c’è una spiegazione che non abbiamo ancora letto”, riferendosi all’effetto retroattivo della sentenza della Corte.

E tuttavia opposizioni e sindacati sono subito partiti all’attacco. La più agguerrita è ovviamente la Lega, che fa delle pensioni un cavallo di battaglia: “È un bello sberlone alla Fornero, al Pd e a chi votò quella legge infame – va giù duro Salvini -. Ma ora aspetto da Renzi una risposta: per superare quella legge infame, sono pronto, se serve, a votare una proposta Lega-Pd”. Un guanto di sfida che difficilmente il governo intenderà raccogliere. Salvini lancia poi una provocazione che, anche questa, si prevede sortirà pochi effetti: “Io toglierei la cittadinanza italiana alla ‘signora’ Fornero”.

Per la Cgil “dopo la vicenda degli esodati un altro clamoroso colpo alla legge Fornero: la sentenza della Corte Costituzionale conferma che la cosiddetta riforma non sta in piedi e che le norme vigenti vanno cambiate”, dice Vera Lamonica, segretaria confederale. La Cisl invita il governo a riflettere: “La decisione della Consulta sia un monito per il governo”. Per la Uil è l’ora “che ci ridiano il maltolto”.

L’obiettivo è quello di riaprire il capitolo pensioni. È dello stesso avviso Nichi Vendola, leader di Sel: “Consulta boccia parte della legge Fornero sul blocco rivalutazione delle pensioni: ora il Pd (che allora votò la norma) la faccia cambiare dal governo attuale. Lo riconosce anche la Corte Costituzionale: la legge Fornero è una legge ingiusta. Ora i pensionati italiani colpiti da quel provvedimento hanno diritto di riavere quello che gli spetta”. Così anche nel Pd, l’esponente di minoranza Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro della Camera invita il governo a riaprire il capitolo previdenziale.

Altra voce di maggioranza è quella di Nunzia De Girolamo vede nella decisione della Corte uno “stimolo per il governo” a intervenire: “Dovremmo avere tutti l`umiltà e l`onestà politica di dire che quella riforma è stata un errore. Non possiamo più permettere che sia la corte costituzionale a sanare i nostri sbagli, commissariando di fatto governo e Parlamento”.

Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, invece festeggia: “Chiedevamo da tempo una presa di posizione della Corte Costituzionale sul blocco delle indicizzazioni delle pensioni da 1400 euro. Oggi è arrivata e per una volta a sorridere non sono solo i pensionati d’oro”. Il Movimento 5 Stelle va invece all’attacco del tesoretto: “Questa è la pietra tombale sul tesoretto di Renzi. I pasticci del governo Monti sono nodi che adesso vengono al pettine. Le lacrime di allora da parte dell’ex ministro Fornero si sono trasformate in macigni che ricadono sulla testa dei successori e di tutto il Paese. Ora vogliamo proprio vedere se Palazzo Chigi continuerà a dire che c’è un tesoretto da elargire, magari prima delle elezioni”.

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Pensioni, la Consulta apre una voragine nei conti pubblici e manda all’aria i piani del governo

Altro che tesoretto. Il problema per Matteo Renzi presto non saranno più i soldi in eccesso da spendere ma quelli in meno da trovare. Un mucchio di soldi, da 5 a 10 miliardi, per tappare il mega buco nei conti pubblici che la Corte Costituzionale ha aperto di fatto oggi, con la sentenza che ha dichiarato incostituzionali le norme del decreto Salva-Italia che hanno bloccato per il biennio 2012-2013 la rivalutazione delle pensioni sopra i 1400 euro.

L’ordine di scuderia partito da Palazzo Chigi per il momento è un invito a non farsi prendere dal panico. “Stiamo verificando l’impatto che la sentenza della Consulta può avere sui conti pubblici, non sarà una prova facile ma non siamo molto preoccupati”, ha fatto sapere il governo. “Calma e gesso. Studieremo la sentenza e troveremo la soluzione”.

Ma malgrado le rassicurazioni del governo la questione è seria e per niente una questione da addetti ai lavori. “Ancora non abbiamo effettuato i calcoli ma è chiaro che la sentenza ha conseguenze rilevanti sul bilancio pubblico”, ha dovuto riconoscere il viceministro dell’Economia Enrico Morando. La forchetta sul possibile impatto per le casse dello Stato è così ampia perché è difficile fin da subito stimare la somma che il governo potrebbe essere chiamato a recuperare. Vale a dire restituire ai circa sei milioni di pensionati che da questo congelamento sono stati interessati. In ogni caso, anche nel più ottimistico degli scenari, la bomba della Consulta costringe il governo a ridisegnare completamente i propri piani.

A proposito di scenari, il punto di partenza è la stima fornita dall’Avvocatura di Stato, ricavata dalle previsioni contenute nella relazione tecnica del decreto Salva-Italia, dove si calcolava per il solo 2012-2013 un risparmio di 4,9 miliardi di euro. Tre tesoretti, per intendersi. E sarebbe soltanto l’inizio. Perché non si tratta soltanto di rimborsare il “maltolto” relativo al biennio contestato, il 2012-2013. Anche a blocco scaduto, nel 2014, le successive rivalutazioni avrebbero dovuto essere quindi calcolate non più sull’assegno congelato del 2011 come è accaduto, ma sull’assegno nuovo.

Sembrano tecnicalità, ma la stessa relazione tecnica stimava anche gli effetti della norma sugli anni successivi, circa 3 miliardi all’anno dal 2014 in avanti. Se la norma cade, questi risparmi previsti a bilancio vanno recuperati altrove e le somme vanno corrisposte ai pensionati, portando il conto finale fino a 10 miliardi. A cui si aggiungerebbero eventualmente altri 3 miliardi da trovare a regime a partire dal 2016.

relazione tecnica

Anche per il sindacato Pensionati il conto da pagare potrebbe essere ancora più salato dei 5 miliardi fino ad ora citati. Per lo Spi l’effetto complessivo del “congelamento” deciso dal Salva Italia ha significato mancati adeguamenti per 9,7 miliardi di euro. “Avevamo ragione noi. Il blocco della rivalutazione delle pensioni voluto dalla Fornero era profondamente ingiusto e perfino incostituzionale.”, ha attaccato il segretario generale dello Spi Carla Cantone. “Il governo deve modificare subito la legge Fornero, cosa per la quale basta un semplice decreto”.

La questione è sì, prevalentemente contabile, ma anche politica. Secondo la Corte Costituzionale, la norma cassata “si porrebbe in contrasto con il principio di eguaglianza e ragionevolezza, causando una irrazionale discriminazione in danno della categoria dei pensionati”. Non solo, la Consulta di fatto sottolinea la disposizione in questione “si limita a richiamare genericamente la ‘contingente situazione finanziaria’” nel giustificare la necessità di una misura così gravosa.

Un po’ come dire che interventi di questo tipo, se applicati, vanno anche adeguatamente motivati. Lo spiega la Corte poche righe più avanti. “L’interesse dei pensionati, in particolar modo di quelli titolari di trattamenti previdenziali modesti, è teso alla conservazione del potere di acquisto delle somme percepite, da cui deriva in modo consequenziale il diritto a una prestazione previdenziale adeguata. Tale diritto, costituzionalmente fondato, risulta irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio”.

Insomma, l’ordigno della Consulta manda all’aria sì i piani di Renzi ma fa un brutto scherzo anche all’ex premier Monti. Mettendo in discussione la legittimità di una parte del suo principale provvedimento politico. Una sorta di schiaffo all’austerity che porta in dote a sei milioni di pensionati anche un probabile tesoretto, ben più cospicuo di quello al centro della scena in questi giorni. Con un’incognita però pesante che già grava sul futuro: dove prenderà il governo le risorse che la Consulta gli sta chiedendo di restituire?

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Expo, primo esame per la sicurezza: “Un blocco di due-tremila antagonisti con cui non è stato possibile dialogare”

Appunti sparsi dalla vigilia dell’inaugurazione di Expo: una decina di perquisizioni; un covo freddo e svuotato; un arresto; cariche di alleggerimento contro un gruppo di anarchici infiltrati al corteo No Expo degli studenti; scritte, spray e vetrine rotte; l’espulsione dei tre tedeschi trovati ieri con mazze ferrate, maschere antigas e stracci e bottiglie utili per fabbricare molotov. Altri tre tedeschi sono stati fermati su un furgone con i vetri schermati: avevano bombolette con urticante ed è probabile che a Milano non volessero fare proprio una passeggiata.

Le informazioni di intelligence e dell’Interpol parlano chiaro: “Due-tremila persone arrivate nei giorni scorsi sono pronte ad incendiare Milano”. Genericamente ascrivibili a quelle due paroline black-bloc. A Genova, quattordici anni fa, ne bastarono molti meno.
Mentre i red carpet di Armani, della Scala e di piazza del Duomo si animano delle eccellenze del made in Italy in tutte le sue forme, moda, cinema, musica, sport con tocchi di Hollywood, premi Oscar e star come Bocelli e Tina Turner per inaugurare Expo, un sistema di sicurezza imponente per numeri e tecnologia prosegue l’altro lavoro, parallelo a quello della Esposizione internazionale: fare in modo che fili tutto liscio. A cominciare da ora. E almeno per i prossimi sei mesi.

Una fatica già iniziata in queste “Cinque giornate di Milano” che mescolando Primo Maggio, diritti negati ed Expo sono diventate un piatto ricchissimo per le forze antagoniste e anarchiche italiane ed europee. “Qui andiamo avanti giorno dopo giorno” dicono dal gabinetto della questura di Milano dove il questore Luigi Savina è, insieme al prefetto, il vertice di una catena di comando che gestisce 4.600 uomini (esercito compreso) e una sala operativa altamente tecnologica forte, ad esempio, di cinquemila telecamere a tutela di luoghi e obiettivi.
Il capo della polizia Alessandro Pansa mette in chiaro, e non lo fa solo da oggi, come stanno le cose: “I timori sono tanti perché Expo è un palcoscenico mondiale ed eccezionale per chi cerca notorietà nel male”. “Tanti” su un doppio piano, quello della sicurezza interna e sul fronte della minaccia jihadista. Inutile dire che molti, tutti quelli che ne hanno l’età, non possono non osservare che il contesto nazionale e internazionale è molto simile a quello di quattordici anni fa, luglio 2001, i giorni del G8 di Genova.

Il dispositivo di sicurezza di Milano è completamente diverso. Non ci sono zone rosse artificiali blindate con reti di metallo alte tre metri e mezzo e i padiglioni dell’Expo restano naturalmente isolati a 12 km dal centro della città. Il questore Savina punta molto sul “dialogo” con gli organizzatori dei gruppi e delle sigle che hanno organizzato le “Cinque giornate” (questo ci fu anche a Gonova) tra cui il corteo “No Expo”, domani, considerato l’appuntamento più a rischio.

Ma il questore punta ancora di più sulla prevenzione (decisamente carente a Genova). Polizia, carabinieri, Guardia di finanza, eseguono ogni giorno perquisizioni ad indirizzi mirati, e finora tutti giusti, per disinnescare possibili focolai di guerriglia urbana. Mercoledì sono state passate al setaccio le case popolari occupate da gruppi antagonisti al Giambellino. Oggi i controlli sono scattati in via Ambrogio de Predis, in via Mac Mahon, in via Bramantino all’interno del centro sociale La Madragola. Una ragazza avrebbe messo le mani addosso ad un agente ed è stata arrestata. Un gruppetto di anarchici è arrivato in soccorso e c’è stata qualche tensione. “Abbiamo cercato il dialogo con tutte le anime della manifestazione – dice un funzionario della Digos di Milano – il problema è uno zoccolo duro pari al 10 per cento (sui 20-30 mila previsti, ndr) con cui non c’è alcuna possibilità di interlocuzione”. Si tratta di soggetti per lo più stranieri arrivati nel nord Italia nei giorni scorsi soprattutto da Francia, Germania, Grecia e Spagna. La novità di questo black bloc internazionale sarebbe la presenza di bosniaci e giovani dall’est.

Questura e prefettura hanno deciso di cambiare il percorso del corteo di domattina . A Milano sono segnati in rosso ben 490 obiettivi (al netto dell’area Expo) ed è consigliabile spostare la marcia lontano dal centro storico “passando da via De Amicis e via Carducci per concludersi in piazza Cadorna”. Protestano gli organizzatori (Cobas e Cub) che parlano di “scenari di guerra inesistenti” e assicurano che il loro sarà un “corteo pacifico in solidarietà ai lavoratori della Scala sotto ricatto per la Turandot e alle migliaia di lavoratori che il Primo maggio saranno costretti a lavorare in barba a norme e sentenze”.

Bonifiche e perquisizioni continueranno anche stanotte. “Saremo durissimi contro chi cerca lo scontro per garantire il diritto a manifestare legalmente ” è la promessa del ministro dell’Interno Angelino Alfano. Si dice sempre così. Poche ore e comincerà, tutto insieme: corteo, Primo maggio, Expo. Alla presenza del presidente del consiglio Matteo Renzi. In effetti, una vetrina eccezionale.

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Expo, i ragazzi si preparano alla manifestazione: “Questa società che si fa bella con Expo, fa schifo”

MILANO – Arrivano a gruppi, qualcuno in coppia, qualcuno pure da solo. Tende, zaini, gli striscioni per la manifestazione di domani ancora arrotolatati. Al Parco Trenno, periferia Nord di Milano, prende vita il campeggio dei No Expo. Questo immenso polmone verde è un simbolo per chi da sempre si oppone all’Esposizione Universale. Da qui sarebbero dovute passare le contestatissime Vie d’acqua. Un progetto che avrebbe dovuto unire, tramite canali navigabili, Milano al polo espositivo di Expo a Rho, poi ritirato anche per i ritardi nei lavori, ma considerato dai contestatori dell’evento milanese come una loro vittoria.

Qui si riuniranno i manifestanti di tutto il mondo per valutare le azioni da compiere nei prossimi giorni. Su tutte la May Day Parade di domani pomeriggio, dove si temono scontri e dimostrazioni ben peggiori di quelli accaduti oggi durante il corteo degli studenti. Questo dovrebbe essere il quartier generale delle ormai note “ cinque giornate di Milano”. Eppure, per ora, l’atmosfera è da concerto, da raduno festoso. Ci sono bar che cucinano esclusivamente vegano, una birreria e una libreria dove si terranno workshop e riunioni. Le casse mandano musica di Bob Marley e qualche pezzo Ska.

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Della polizia, tra tardo pomeriggio e sera, non c’è ombra. Controllano da lontano, tutto sembra tranquillo. Persino la bocciofila del parco è ancora presa d’assalto dai pensionati della zona. Qualcuno di loro scambia anche quattro chiacchiere con i manifestanti, sono incuriositi dalla protesta. C’è chi condivide e chi borbotta in milanese, suggerendo loro di trovarsi un lavoro.

I No Expo sono una realtà frastagliata, che va da comitati di quartiere, ambientalisti e associazioni Lgbt a centri sociali, anarchici, balck bloc e No Tav. Al campeggio, per ora, ci sono soprattutto giovani da tutta Italia, ma anche da Francia, Germania, Spagna e Inghilterra. I centri sociali e alcuni storici leader della protesta non sono ancora arrivati. Ci sono tanti studenti universitari, ma anche liceali. C’è un gruppo di Bergamo, ragazzi e ragazze appena maggiorenni. Piercing e zainetti, birre nelle mani. Di Expo contestano soprattutto l’aspetto che riguarda il lavoro gratuito e il precariato.

Raccontano di aver seguito la protesta solo negli ultimi mesi, perché gli insegnanti hanno parlato dell’Esposizione in modo acritico, proponendo loro di fare i volontari. “Roba da matti –commenta Francesco, 18 enne che vorrebbe diventare regista- Se il mondo del lavoro non cambia noi non avremo futuro. Non voglio andarmene dal mio Paese. Non ci piace nemmeno che si parli di cibo per tutti e poi si abbiano sponsor come Mc Donald e Coca Cola”.

La maggior parte dei campeggiatori parla volentieri, ma molti non vogliono farsi riprendere né fotografare, nemmeno da lontano, nemmeno con un telefonino. “Metti giù, per favore” dice gentilmente un ragazzo con accento francese. Esce da un capannello di persone che parlano fitto in cerchio. Probabilmente stanno facendo una riunione operativa, ma appena qualcuno di sospetto si avvicina smettono di parlare. Allontanano persino una signora che porta a spasso il suo cane. Uno di loro si