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Banche, Jeroen Dijsselbloem gela l’Italia, ma la Bce apre: la Ue consideri aiuti pubblici

Le banche italiane potevano essere risanate prima, anche usando i soldi pubblici. Oggi le regole sono più stringenti. Jeroen Dijsselbloem, il presidente dell’Eurogruppo, gela l’Italia alle prese con il caso Montepaschi, ma dal vicepresidente della Bce arriva un’apertura senza precedenti a Roma nel negoziato con la Commissione Ue: dopo Brexit occorre una “profonda riflessione” se non valga la pena dare aiuti pubblici. Anche derogando al principio della ripartizione degli oneri con gli investitori privati.

In una giornata caratterizzata da nuova instabilità di Piazza Affari a causa delle banche, con Mps a nuovi minimi record, due nomi di peso si affacciano sulla trattativa fra Roma e Bruxelles. Dijsselbloem, da sempre vicino alle posizioni tedesche, ribadisce che un sostegno in questa fase di tumulto sui mercati non può avvenire eludendo la direttiva sulle banche e le nuove regole della direttiva europea sui salvataggi.

“Altri paesi sono riusciti a ristrutturare le proprie banche con mezzi pubblici e gli italiani non lo hanno fatto allora – ha detto intervenendo all’Aja – ma ora abbiamo regole più severe”.

Nel caso italiano, significa che un’iniezione di fondi pubblici, a partire dal primo banco di prova, in Montepaschi, deve avvenire col contributo di una conversione delle obbligazioni subordinate in capitale. A meno che non vi sia il rischio di instabilità finanziaria, come prevede una deroga al principio generale prevista dalle norme Ue. Un irrigidimento che somiglia a una replica alle parole del premier Matteo Renzi, che aveva buttato la palla nel campo europeo dicendo che la vera questione sono i derivati delle banche continentali (riferimento implicito a Deutsche Bank).

E’ la Bce, per bocca non dell’italiano Mario Draghi ma del suo vice, a tendere una mano, implicitamente, alle ragioni italiane. “La situazione attuale, con nuovi cali delle azioni dopo Brexit, merita una profonda riflessione sull’opportunità di superare alcune imperfezioni del mercato con un pò di sostegno pubblico per migliorare decisamente la stabilità di alcuni settori bancari”. Il timore di Francoforte è quello che infliggendo perdite agli obbligazionisti subordinati, come prevede la regola generale, possa creare instabilità: è la fattispecie che consentirebbe di derogare al principio della ‘condivisione degli oneri’ fra intervento pubblico e privati.

Per Constancio “naturalmente” le regole vanno applicate, ma vanno considerate “nel complesso”, incluso il possibile utilizzo della deroga per ragioni di stabilità finanziaria”.

Un ragionamento che fa breccia nei circoli finanziari internazionali: l’Economist parla di quella italiana come una situazione esplosiva che, se mal gestita, “potrebbe segnare il disfacimento dell’Eurozona” innescando un effetto domino. E consiglia all’Europa di chiudere un occhio: se salta il tappo delle banche, Renzi rischia il referendum e a quel punto potrebbe tornare il caos politico. La trattativa tra Roma e Bruxelles, vede contatti “continui” ma “la nostra posizione non cambia”, dice il portavoce della commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager, che vigila sul rispetto delle norme sugli aiuti di Stato.
Resta da vedere se il peso politico della Bce, oltre alle sue valutazioni tecniche, non sposteranno la Commissione Ue dalle sue posizioni. Molto dipenderà da Berlino, che rimbrotta più o meno esplicitamente che Roma doveva muoversi prima, quando invece diceva “le nostre banche stanno meglio di quelle degli altri”. Angela Merkel ha lo spettro delle elezioni l’anno prossimo, una linea troppo morbida favorirebbe gli euroscettici con conseguenze imprevedibili. Ma una fase di instabilità interna nell’Eurozona potrebbe rappresentare una prospettiva ancora più preoccupante.

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Mps dice sì alla Bce: smaltirà 10 miliardi di sofferenze. Si tratta con Bruxelles sull’aumento di capitale

Il Monte dei Paschi promette di accelerare sul piano di vendita delle sofferenze facendo leva su gli strumenti previsti dal mercato, Atlante in primis, e sulle norme messe in campo dal governo. Questa, secondo quanto appreso dall’ANSA, l’indicazione contenuta nella risposta del Cda di Mps alla Bce, in cui si conferma a Francoforte la volontà di incrementare la vendita di Npl al 2018 da 5,5 a 10 miliardi di euro.

Al termine del consiglio, il Ceo Fabrizio Viola, ha confermato che non saranno fornite indicazioni nel merito ma che la banca sta lavorando “intensamente con le Autorità per individuare in tempi brevi una soluzione strutturale e definitiva degli Npl”. Tutto ciò, ha aggiunto, “in un contesto nel quale, anche nel secondo trimestre, l’andamento della gestione caratteristica e l’evoluzione patrimoniale e finanziaria della banca risultano positivi, confermando le tendenze registrate nel primo trimestre”.

La richiesta dell’Eurotower, che da giorni ha messo in agitazione i mercati, ha pesato anche oggi in Borsa, dove il titolo è ripiombato sui minimi storici: nonostante l’intervento della Consob, che ha esteso il divieto sulle vendite allo scoperto fino ai primi di ottobre – ovvero fino al giorno in cui Siena trasmetterà l’aggiornamento del capital plan al 2018 -, il titolo ha messo a segno un altro tonfo (-5,79% a 0,265 euro), tornando sui livelli di martedì scorso con la capitalizzazione che indica la banca valere appena 777 milioni, nonostante gli 8 miliardi messi dai soci negli ultimi anni.

Secondo quanto trapelato, quindi, la banca avrebbe valutato di spalmare la vendita delle sofferenze su tutto l’arco di tempo stabilito dall’Eurotower, col sostegno anche di Atlante, in modo da limitare l’impatto delle svalutazioni sui conti, nella speranza di allontanare per quanto possibile lo spettro dell’aumento di capitale. Al tempo stesso sotto la regia di Mediobanca il gruppo implementerà entro settembre la piattaforma per gli Npl insieme ad un partner industriale che avrà l’80% della società. L’incognita che resta però è quella dell’aumento di capitale: tagliare i non performing loans, come chiesto dalla Bce, imporrà inevitabilmente perdite in bilancio e, quindi, il bisogno di chiedere dai 3 ai 5 miliardi di euro.
E per questo nelle ultime due settimane si sono intensificati i negoziati sull’asse Roma-Bruxelles. Il portavoce della commissaria Ue, Margrethe Vestager, ha confermato che “sono sempre in corso contatti continui con l’Italia” così come che “non è cambiata” la posizione della Commissione rispetto alle regole sul bail-in. Il governo starebbe cercando però di trovare una soluzione per evitare il fenomeno del ‘burden sharing’, ovvero di oneri per gli investitori retail e non in possesso dei titoli subordinati emessi dalla banca (circa 6 miliardi). Al tempo stesso però il premier Matteo Renzi, che ieri aveva rassicurato ai correntisti che non ci saranno problemi, ha garantito che per il Monte saranno assunte decisioni di mercato.

Se così sarà allora sarebbe da escludere sia un intervento diretto dello Stato sul capitale della banca, così come una nuova edizione di strumenti da far sottoscrivere al Tesoro. Restano, invece, sul campo le ipotesi di riaprire le sottoscrizioni di Atlante 2 (Giasone) per far leva sugli Npl o di schierare in campo la Cdp, nonostante i dubbi di Bruxelles. Secondo alcuni osservatori, però, bisognerà attendere ancora qualche giorno, forse più di una settimana, per trovare una quadra. Di certo però la stretta va trovata entro il 29 luglio, giorno in cui coincidono sia la pubblicazione degli stress test dell’Eba sia i risultati semestrali della banca. Un mix di fattori che potrebbe scatenare una tempesta perfetta sul titolo in Borsa dove ormai vale quanto una mid-cap.

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Economist: dalle banche italiane la prossima crisi in Europa. Sì ad aiuti pubblici e modifiche a bail in

L’immagine di copertina è tutto fuorché incoraggiante: un pullman dipinto con i colori della bandiera italiana, in bilico su un burrone e con una inequivocabile scritta sulla fiancata: “Banca”. Nel suo ultimo numero, l’Economist mette in guardia sulla fragilità del nostro sistema bancario definendolo “traballante” e possibile causa della “prossima crisi europea”.

Italy’s teetering banks will be Europe’s next crisis https://t.co/7mLBhR2M81 pic.twitter.com/pZRiOcyBqP

— The Economist (@TheEconomist) 7 luglio 2016

Ma se da lato il settimanale economico definisce il nostro Paese “la quarta maggiore economia e una delle più deboli”, mettendo in evidenza tra i rischi principali proprio la montagna di sofferenze bancarie che riempiono i bilanci delle banche e che sono all’origine delle turbolenze che hanno colpito alcuni istituti, Monte dei Paschi in testa, dall’altra – un po’ sorprendentemente – il giornale delinea come possibile soluzione proprio la via che il governo italiano sta cercando di battere a Bruxelles, scontrandosi però con il veto – per via indiretta – della Germania. Quella di un intervento pubblico nel capitale delle banche in difficoltà, sospendendo però le nuove regole sui salvataggi bancari – il cosiddetto bail in – che prevedono che a pagare il conto siano anche azionisti, obbligazionisti e in ultimi istanza anche correntisti sopra i 100 mila euro.

“Le pressioni del mercato sulle banche italiane non diminuiranno finché la fiducia non verrà ristabilita e ciò non succederà senza fondi pubblici. Se le regole sul bail-in verranno applicate con rigidità in Italia, le proteste dei risparmiatori mineranno la fiducia e apriranno le porte del potere ai movimento Cinque Stelle”, scrive l’Economist.

L’argomentazione del settimanale economico è questa. Il combinato disposto delle ferree regole di bilancio e le nuove norme sui salvataggi bancari arrivate – si sottolinea – “dopo che altri Paesi avevano salvato con soldi pubblici le banche” rischia di alimentare l’idea “che l’Italia ottenga scarsi benefici dalla supposta condivisione dei rischi all’interno dell’Eurozona, ma sia allo stesso danneggiata dai molti vincoli che deve rispettare”. Il pericolo più grande è alle porte: “Se gli italiani dovessero perdere fiducia nell’euro, la moneta unica non sopravvivrebbe”.

Per questo, continua l’Economist, “non c’è motivo di rispettare alla lettera le regole. se questo dovesse mettere a rischio la moneta unica”. Quindi “la risposta giusta è autorizzare il governo italiano a finanziare i meccanismi di difesa delle sue banche vulnerabili con capitali pubblici che siano sufficienti per placare i timori di una crisi sistemica”.

L’Italia, continua il giornale, “ha comunque bisogno urgentemente di fare piazza pulita nel settore bancario. Con i capitali che fuggono e un fondo di salvataggio finanziato dalle banche stesse già ampiamente esaurito, ciò necessiterà una iniezione di denaro pubblico”, cosa appunto proibita dalle nuove regole dell’Eurozona.

L’Economist giudica “buone” le nuove regole sul bail-in, ma ricorda la particolarità del caso italiano, dove oltre 200 miliardi di titoli bancari sono in mano a piccoli investitori, non ad investitori istituzionali che conoscono i rischi, come nella maggior parte dei Paesi europei. “Obbligare gli italiani comuni ad accollarsi di nuovo le perdite danneggerebbe pesantemente il premier Matteo Renzi, facendo svanire la sua speranza di vincere il referendum sulle riforme costituzionali in autunno. Renzi vuole che le regole siano applicate con flessibilità”, conclude il settimanale.

Per questo, la ricetta dell’Economist è chiara: “per dare alle norme sul bail in una opportunità maggiore di essere messe in atto in futuro, doverebbero essere cambiate escludendo gli investitori privati che detengono questi titoli” dai soggetti coinvolti nel salvataggio.

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Expo, nei legami tra i “pizzinari” e gli imprenditori lombardi il ritorno di Cosa Nostra al Nord

Il Tribunale di Trapani, su di loro, ha pochi dubbi: lo scorso maggio ha pronunciato pene complessive a 80 anni di carcere per sette dei suoi più fedeli affiliati. Senza troppi giri di parole, li considera i “pizzinari” di Matteo Messina Denaro. Ovvero, coloro incaricati di diffondere i messaggi e gli ordini del numero uno di Cosa Nostra, latitante da 23 anni. Perché il clan di Castelvetrano, nell’assolata provincia trapanese, è così: determinato fino alla morte a essere la voce e le orecchie dell’ultimo dei padrini.

E dunque oggi questo scenario risulta ancora più sconfortante – per usare le parole del pool antimafia della Procura di Milano – se si scorrono le parole del decreto con cui il giudice della sezione autonoma Misure di Prevenzione Fabio Roia sancisce il commissariamento della società Nolostand spa, controllata da Fiera Milano Spa, il più importante operatore fieristico italiano e uno dei più noti al mondo.

Perché è qui, fra queste righe, che i nomi di professionisti di primo piano del nostro più prestigioso polo espositivo si mescolano a quelli di personaggi ritenuti dagli inquirenti imparentati con esponenti del clan Anzallo di Pietraperzia, con la famiglia mafiosa degli Accardo di Partanna a loro volta legata – ha pubblicamente spiegato il procuratore aggiunto Ilda Boccassini – per l’appunto al clan di Castelvetrano. Ovvero, i “pizzinari” di Matteo Messina Denaro detto “u secco”.

Se questi legami dovessero essere provati anche nelle aule del Tribunale, per Cosa Nostra questo segnerebbe un ritorno in grande stile in terra lombarda. Ormai da alcuni anni l’organizzazione criminale siciliana sembrava superata dalle potentissime ‘ndrine calabresi, le prime tra l’altro a tentare di accaparrarsi la succulenta torta di Expo 2015 già nel lontano 2009.

Il clan di Pietraperzia, in particolare, in Lombardia ha una storia lunga e importante. Anche se ultimamente sembrava passato sottotraccia. Emigrati al Nord nei primi anni Ottanta, con fortissimi legami internazionali in Belgio, la cosca originaria di Enna è specializzata in estorsioni, usura e – appunto – nel trasferimento fraudolento di ingenti somme di denaro.

A Cologno Monzese fino a pochi anni fa era presente una vera e propria enclave, capeggiata dal pluripregiudicato Calogero Ferruggia.

Le accuse nei confronti degli 11 arrestati nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Milano che avrebbe scoperchiato l’ennesimo scandalo legato a Expo, in ogni caso, sono ancora tutte da dimostrare. Così come i loro presunti legami con l’universo mafioso. Come sempre vige la presunzione di innocenza e questa inchiesta giudiziaria non fa eccezione.

Però le carte raccontano storie quantomeno suggestive.

A partire, appunto, dalle parentele scomode dei due effettivi titolari del consorzio Dominus Giuseppe Nastasi e Liborio Pace, entrambi finiti in manette con l’accusa di aver favorito un fiume di denaro nero che da Milano arrivava in Sicilia con l’intento di favorire i clan mafiosi.

“Giuseppe Nastasi – si legge nel decreto – è sposato con una donna a sua volta coniugata con Francesco Manno, appartenente alla locale di ‘Ndrangheta di Pioltello e condannato nell’ambito dell’indagine Infinito”. “Consolidati – scrive ancora il giudice – anche i rapporti di Nastasi con la famiglia mafiosa degli Accardo, la cui esistenza e operatività è attestata da numerose pronunce”. Nelle carte è dunque riportato il numero delle sentenze con il quale la Corte d’Assise di Trapani, di Marsala e di Sciacca hanno dimostrato il pieno sostegno del clan a Cosa Nostra e la vicinanza al capo mafia Matteo Messina Denaro.

Ingombrante anche il legame di Liborio Pace (a sua volta imputato nel 2010 per una vicenda di riciclaggio di denaro dal Belgio alla Lombardia ma alla fine prosciolto) con il suocero Giuseppe Anzallo, che gli inquirenti considerano legato al clan di Pietraperzia, condannato per associazione di tipo mafioso. Anche la cognata di Pace – si legge nelle carte – risulta sposata con Vincenzo Monachino, pure lui condannato con sentenza irrevocabile per associazione mafiosa.

Il solo grado di parentela con un condannato, si dirà, non fa di un uomo un mafioso. E quindi – per rafforzare l’impianto accusatorio – gli inquirenti annotano frasi e intercettazioni telefoniche che sottolineano la tracotanza e l’arroganza degli indagati, determinati a tutti i costi a ottenere dalla società controllata da Fiera Milano i lavori per decine di milioni di euro per il montaggio e lo smontaggio di cinque padiglioni di Expo: “Qui c’è un bordello, stanno provando in tutti i modi a farci uscire in cattiva luce – dice Nastasi intercettato al telefono – ma adesso mi ci metto addosso come un pitbull. Il contratto me lo devono prorogare di due anni, me ne sbatto i coglioni!”.

Per ottenere i loro obiettivi, secondo le indagini i due indagati non esitano a placcare i vertici di Fiera Milano. E ci riescono. Tanto da arrivare a scalare la vetta e ad avere un proficuo appuntamento con l’amministratore delegato di Fiera Milano in persona, Corrado Peraboni.

Dalle intercettazioni emerge che l’atteso incontro avviene il 29 luglio 2015, giorno in cui in tutta fretta Pace e Nastasi interrompono le loro vacanze siciliane per catapultarsi a Milano.

“Siamo stati con lui un paio di ore – diranno quindi la sera stessa due indagati – l’incontro è andato bene”. Quel giorno, infatti, Pace e Nastasi tirano un enorme sospiro di sollievo: il contratto con la Nolostand non subisce modifiche e viene rinnovato per altri due anni. “Abbiamo fatto bingo”, commenteranno il giorno dopo.

La loro fortuna, chiamiamola così, però non deve essere passata inosservata. E infatti proprio in quei giorni al direttore tecnico di Nolostand Enrico Mantica (che secondo gli inquirenti ha “rapporti assidui e privilegiati” con i due indagati) arriva un lettera anonima: qualcuno segnala che Giuseppe Nastasi ha legami con Cosa Nostra.

Mantica lo avverte e gli gira la mail. Nastasi, temendo che il contratto gli venga revocato, si allarma. Manda una collaboratrice a controllare il casellario giudiziario (che risulta pulito) e tenta maldestramente di “cancellare” quello sui carichi pendenti, dove risulta invece una vicenda di contributi non pagati.

Tanta preoccupazione, però, risulta eccessiva: infatti Mantica nel giro di qualche giorno si dimentica la lettera anonima e torna a concedere ampia fiducia alla Dominus. “Gli ho fatto avere un contatto che è rimasto a bocca aperta e la lettera non se l’è più inc….” si vanta al telefono.

Qualcun altro, però, da lontano lo stava osservando. Si tratta di Domenico Pomi, fino al 2014 responsabile del settore Security del gruppo Fiera Milano spa. E’ stato lui, ex generale di brigata dei Carabinieri, a sentire l’inconfondibile odore di mafia. E così ha annotato i suoi sospetti in una nota che è finita dritta alla Compagnia dei Carabinieri di Rho. E quindi sul tavolo dei magistrati.

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Matteo Renzi punta al piano A: salvare il governo e vincere il referendum: contatti con Ncd, i frondisti scendono a 5

Fermi tutti: si lavora al piano A che ancora non è tutto perso. Matteo Renzi l’ha iniziata così questa nuova giornata di spifferi sui destini del governo, i tradimenti di Ncd, le eventualità di perdere il referendum di ottobre, il voto anticipato e così via. Troppi carri davanti ai buoi: il segretario-premier prova a mettere ordine. Primo: al Senato i suoi lavorano sui frondisti di Ncd per riportarli all’ovile della maggioranza. Il pallottoliere che in queste ore di contatti febbrili viene tenuto dal sottosegretario e senatrice Federica Chiavaroli sembra dar ragione agli sforzi: da 8 i frondisti di Schifani sono diventati 5. Dunque si lavora per mettere al sicuro il governo e per vincere il referendum di ottobre: le possibilità che vincano i sì ci sono, è convinto Renzi. Che nel frattempo prepara la rete di sicurezza in caso di sconfitta a ottobre: da segretario del Pd, carica che non ha mai voluto lasciare perché è la migliore garanzia per avere il boccino della crisi.

Dicono dal Senato che le riunioni con il Nuovo Centrodestra hanno dato buoni frutti. Si lavora per avere la maggioranza sul dl enti locali al voto in aula la prossima settimana. Si lavora per dimostrare che un governo c’è ancora, indipendentemente dai voti aggiuntivi di Verdini. Renzi non ha cambiato idea sull’Italicum: non darà segnali di pace agli alfaniani, non prima del referendum di ottobre in ogni caso. Però pensa di poter evitare una ‘crisi balneare’. Come? Il premier e i suoi sono convinti che dalle parti di Forza Italia non si stiano stappando bottiglie di champagne per eventuali nuovi arrivi dal gruppo di Ncd al Senato. Perché per il partito dell’ex Cavaliere, ancora in convalescenza dopo l’operazione al cuore, è troppo presto per una crisi di governo: nel centrodestra nulla è pronto per un eventuale voto anticipato, lo scenario che Renzi continua a prediligere in caso di crisi.

Ma la crisi non ci sarà, scommette lui. Nonostante resti preoccupato dalle tensioni ancora vive dentro Ncd e dai possibili sviluppi delle nuove inchieste giudiziarie: da quelle che tirano in ballo la famiglia Alfano a quelle sull’Expo. Un passo per volta però. E mettere in sicurezza il governo è il primo passo. Il secondo è mettere a punto una seria strategia per vincere il referendum di ottobre. Prima di impiccarsi a scenari alternativi, Renzi insiste sul piano A: vincere. E’ convinto che ce ne sia ancora la possibilità, guardando i sondaggi che gli danno il sì vincente sul no al ddl Boschi. E allora: al lavoro.

Al Nazareno si lavora ad un evento di formazione per i volontari che si occuperanno della campagna per il sì. Dovrebbe tenersi dopo l’assemblea nazionale del Pd fissata per il 23 luglio. Inoltre sono stati allertati tutti i segretari regionali. L’obiettivo è arrivare a quel nutrito “50 per cento” di italiani che non sa nulla o poco delle riforme e che è rintracciabile solo nei luoghi di lavoro. E’ per questo che dal Pd stanno curando i contatti con la Cna, la Confcooperative e tutte quelle realtà organizzate che possono dare una mano a diffondere il verbo del sì nei luoghi di lavoro.

L’altro tassello della strategia sta nelle Feste dell’Unità. Quella di Roma per esempio non si tiene a luglio, come ormai è evidente. Ma dovrebbe tenersi a settembre proprio per incrociare la campagna per il sì al referendum di ottobre. Luogo: l’ex Dogana a San Lorenzo, due passi da Termini, lo stesso posto che fu quartier generale del comitato elettorale per Giachetti sindaco di Roma. Non ha portato bene nel caso delle amministrative, ma al Nazareno sono in fase di ‘sfidiamo la sorte’. O almeno è questa la determinazione del commissario romano Matteo Orfini.

E se non bastasse? Per ora al quartier generale renziano non vogliono sentir parlare di piani B: ventre a terra sul piano A. Ma è chiaro che Renzi non vuole farsi cogliere impreparato da un’eventuale sconfitta al referendum. Insomma, non vuole fare la stessa magra figura di David Cameron e di tutta la classe dirigente britannica colta di sorpresa dalla vittoria della Brexit al referendum tanto da finire sotto shock, è evidente. Per questo due calcoli il premier li sta facendo con i suoi fedelissimi. In caso di sconfitta lascerebbe l’incarico a Palazzo Chigi, farebbe dimettere tutto il governo e, come ha detto in direzione Pd, vorrebbe che si dimettesse “anche il Parlamento” per andare al voto anticipato. Ma di certo non lascerebbe la guida del Pd: resterebbe segretario. Questo non è mai stato in discussione anche se in passato il premier ha usato espressioni del tipo “se perdo, cambio mestiere” o “se perdo, lascio la politica”. In cuor suo, non ha mai pensato di lasciare la segreteria del Pd. Perché il timone del partito è la sua unica garanzia per avere tra le mani il boccino della crisi.

L’idea è di salire al Colle e chiedere di andare al voto anticipato, anche con l’Italicum alla Camera e il Consultellum al Senato. Se poi Sergio Mattarella dovesse indicare la necessità di provare un governo Grasso (è l’ipotesi che si aspettano nel Pd) per approvare la legge di stabilità e tentare di uniformare il sistema elettorale tre le due Camere, Renzi potrebbe anche convincersi del tentativo, perché non ha intenzione di entrare in rotta di collisione con il capo dello Stato (approccio tra l’altro corrisposto al Colle). Ma senza entusiasmo e soprattutto con molto scetticismo. I suoi ricordano l’ultimo anno della scorsa legislatura, quando si tentò di cambiare il Porcellum prima del voto fino a quando l’allora segretario del Pd Pierluigi Bersani si arrese: “Ci teniamo il Porcellum”. Così oggi secondo il premier e i suoi questo Parlamento offre poche possibilità di arrivare ad un celere accordo per modificare la legge elettorale in caso di sconfitta del referendum costituzionale.

In questo caso, l’idea cui Renzi resta affezionato è di tornare al voto al più presto, contando sul fatto che il M5s avanzerà la stessa richiesta. Anche perché, sono convinti i suoi, dopo una sconfitta al referendum, Renzi non riuscirebbe a tenere la segreteria del Pd per un anno intero in modo da tornare al voto a settembre 2017, gestendo le liste Dem per il nuovo Parlamento e celebrare il congresso solo alla fine dell’anno prossimo. La tensione nel partito sarebbe alle stelle, un anno è un tempo troppo lungo anche per un governo di scopo.

E’ vero che nei circoli renziani ormai gira una domanda da un milione di dollari: “In caso di crisi, quanti parlamentari Dem resterebbero fedeli al segretario?”. E via alle congetture. Però è anche vero che sarebbe difficile per il partito mettersi contro il proprio segretario, a meno di una scissione, è la conclusione: sono i vantaggi della coincidenza dei ruoli tra premier e segretario.

Ma per ora Renzi resta concentrato sul piano A. Il primo test: la prossima settimana in aula al Senato. Se va bene, “ci sono buone possibilità di riportare il manico del coltello nelle mani di Renzi”, dice una fonte renzianissima, “è questo l’obiettivo in questi giorni di alta turbolenza…”.

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Roma, in Campidoglio va in scena l’armistizio 5 Stelle. C’è tutto il Direttorio ad applaudire Virginia

Abbracci, baci, strette di mano e un mazzo di fiori. I sentimenti in mostra per rovesciare l’immagine di faide e per parlare ai romani così: “Ricostruire una città in macerie, come quella che ci hanno lasciato, non sarà certamente facile. Ma ce la possiamo fare. Merito e legalità saranno nel nuovo alfabeto”. È il giorno del primo consiglio comunale dell’era Raggi, ma è anche il giorno dell’armistizio dopo la lotta contro il tempo per comporre la Giunta e le battaglie tra le varie anime del Movimento 5 Stelle per accontentare tutti.

I parlamentari grillini e il mini-direttorio siedono davanti al neo sindaco, al centro dell’Aula Giulio Cesare. Ci sono Alessandro Di Battista, Roberto Fico, Paola Taverna, Roberta Lombardi (che in giro si fa vedere poco), Carla Ruocco, Stefano Vignaroli. Per citarne solo alcuni. Raggi (pantalone e giacca nera, e un po’ di tacco) si alza dal suo scranno e corre a salutarli, a baciarli e a ringraziarli. Sorrisi e grande emozione. Nella poltrona dietro il sindaco siede Marcello De Vito. Nel momento in cui Mr Preferenze, sfidante della Raggi alle Comunarie (si era parlato anche di una faida per farlo fuori), viene eletto presidente dell’assemblea, il primo cittadino si volta e va in scena una stretta di mano calorosissima. Ancora grandi sorrisi e applausi. Lui ricambierà donandole un mazzo di fiori prima del giuramento ufficiale.

Il bar è un tutto un capannello di parlamentari e attivisti 5Stelle. Bibite e gelati: è il giorno in cui tutti ma proprio tutti tirano un respiro di sollievo. Alla fine la squadra, in un modo o nell’altro, è stata formata e ora si apre un nuovo capitolo. “Avete visto che bella Giunta? Meglio di così non poteva andare”, dice Carla Ruocco. Si avvicina Di Battista fiero come non mai: “Avremo montagne da scalare, a contrasto di alcuni potentati che si sono sentiti padroni della città e invece non lo sono. Questa città deve tornare a essere normale. Un consiglio alla Raggi? Non ne do, è lei il sindaco”. Dibba preferisce mantenere un profilo super partes in questa partita. Non è infatti passato inosservato il suo silenzio negli ultimi giorni. Un po’ di imbarazzo, per aver annunciato un assessore dal palco di Ostia alla vigilia del ballottaggio e averlo fatto fuori il giorno prima del consiglio comunale, però c’è. “Lo Cicero via? È una scelta del sindaco”, dicono i parlamentari glissando la domanda.

Tra il pubblico ci sono i parenti di tutti. Ci sono i genitori di Virginia Raggi, con il padre che al bar parla di una figlia “determinata” e avverte: “Se il Movimento 5 Stelle la fa cadere, tutto il Movimento cade”. C’è il marito del sindaco e attivista Andrea Severini con il figlio Matteo, che per qualche minuto siede con la mamma nello scranno più alto suscitando anche qualche polemica. Ci sono la compagna e il figlio del vicesindaco Daniele Frongia. E in prima fila ad applaudire il primo cittadino c’è anche l’avvocato Pier Emilio Sammarco, titolare dello studio dove Raggi ha lavorato anche se il nome era sparito dal suo curriculum: “Sono molto contento per Virginia e sono sicuro che farà molto bene. In studio era bravissima”, dice prima che i consiglieri prendano il loro posto.

A proposito, il colpo d’occhio in Aula è forte. Gli scranni a sinistra, storicamente occupati appunto dalla sinistra, sono tutti occupati dai grillini. Al Pd sono rimasti quelli a destra, un po’ una contraddizione, ma sta di fatto che i grillini hanno deciso così. C’è Roberto Giachetti, il candidato dem che ha perso al ballottaggio, ci sono i consiglieri con la capogruppo Michela Di Biase: “È evidente che è finita la fase dei tweet, ora Virginia governa, governasse”. Raggi chiede loro di collaborare. Spiccano gli ex candidati alla poltrona di primo cittadino come Alfio Marchini e Stefano Fassina, quest’ultimo chiede subito alla Raggi di indire un referendum sulle olimpiadi.

Ma il sindaco quando prende la parola non ne fa cenno. Presenta gli assessori dicendo: “Nessun politico in Giunta”. E poi cita l’ex primo cittadino comunista Luigi Petroselli: “Nel suo discorso di insediamento rievocava con forza il principio e il sentimento dell’umiltà, raccogliendo l’eredità di un altro gigante della storia capitolina, Giulio Carlo Argan, in segno del rispetto verso il suo alto e ineguagliabile rigore intellettuale e morale”.

Il suo non è un discorso programmatico, sembra più un discorso di valori, in cui più volte nomina il Movimento 5 Stelle: “E’ la nostra grande occasione per cambiare realmente le cose. È l’occasione di tutti i romani, per tornare ad avere una città che si occupi finalmente di loro”. Dal fondo della sala si alza un coro “Onestà-onestà-onestà”. I parlamentari e gli attivisti salutano il discorso del neo sindaco con un lungo applauso che prova a riportare la quiete dopo la tempesta dei giorni appena trascorsi.

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Scoppia la bolla immobiliare a Londra, l’effetto si sentirà a Roma

La bolla immobiliare inglese sta scoppiando. A Londra i primi effetti si stanno già facendo sentire ed è molto probabile che nelle prossime settimane e nei prossimi mesi il prezzo degli immobili, commerciali e residenziali, subirà un tracollo, che può essere anche nell’ordine del 20 per cento, stando alle stime prudenziali di diversi analisti. Un problema solo inglese? Non proprio, perché con la grande interconnessione finanziaria che c’è fra le banche britanniche e quelle del resto del mondo il virus è destinato a propagarsi anche nel Vecchio Continente. E di conseguenza anche in Italia, dove già adesso le banche sono in grande sofferenza, strette fra il bisogno di nuovi capitali e l’esigenza di liberarsi del fardello dei crediti di difficile recupero. Insomma, potenzialmente ci sono tutti gli ingredienti per un’estate caldissima per gli istituti di credito italiani. Motivo per cui la trattativa fra Bruxelles e Roma per sbloccare un intervento statale a tutela delle nostre banche diventa sempre più urgente.

Ma cosa sta succedendo a Londra? E quali sono i primi segnali dello scoppio della bolla? Ad oggi sei importanti fondi immobiliari che operano in Inghilterra hanno annunciato il blocco dei rimborsi agli investitori che hanno chiesto il riscatto delle proprie quote. Fra questi sei ci sono i quattro pilastri del mercato immobiliare: M&G, Henderson, Standard Life e Aviva. Come funzionano e cosa fanno questi fondi? Essenzialmente raccolgono sul mercato – tramite strumenti finanziari elaborati, sia di capitale che di debito – fondi per comprare i grossi centri commerciali e i palazzi pieni di uffici di cui è stracolma la City.

Gestendo queste enormi proprietà, remunerano gli investitori, poggiando la propria solidità sul valore degli immobili stessi. Ora, dopo la Brexit, tanti investitori, sia istituzionali che singoli risparmiatori, stanno chiedendo di rientrare sulla base della comprensibile paura che tutta una serie di aziende e società con base a Londra possano abbandonare gli uffici. I fondi però non si trovano nella situazione di poter affrontare queste richieste: in altre parole hanno problemi di liquidità. E lo avranno per parecchi mesi se non anni, visto che per soddisfare queste richieste devono mettere sul mercato gli immobili di proprietà. Ovviamente la messa sul mercato di un grosso stock di case e uffici farà scendere, e di molto, i prezzi, facendo così scoppiare la bolla, cresciuta negli ultimi anni a dismisura grazie agli investimenti immobiliari a Londra fatti da russi, arabi e magnati asiatici.

Il grande rischio però non sta tanto nello scoppio della bolla in sé, ma nel modo in cui si può propagare al settore finanziario e di conseguenza sui mutui e i prestiti concessi a famiglie e imprese, inglesi e non. Intanto bisogna considerare che ben 4 dei fondi immobiliari in difficoltà fanno capo a compagnie assicurative di prim’ordine nel regno Unito: Prudential, Aviva, Standard Life e Canada life. Gli amministratori delegati iniziano ad avere paura di una fuga degli investitori, tanto che già si stanno attrezzando per tenerseli stretti. Un solo esempio: Mark Wilson, Ceo di Aviva, ha promesso ai propri azionisti di portare l’utile per azione al 50 per cento. Ma non è solo il settore assicurativo ad essere sotto pressione.

Stando alle opinioni raccolte fra gli operatori di mercato che lavorano sulla piazza londinese, c’è inevitabilmente una correlazione fra i fondi immobiliari e le banche. Istituti come Barclays, Deutsche Bank e la stessa Unicredit hanno un’esposizione nei confronti dei property funds. Quindi una forte svalutazione di quest’ultimi può portare a una contestuale perdita di valore per gli attivi delle banche. Senza considerare che se cade il mercato immobiliare, cade anche il valore delle garanzie che le famiglie di solito danno per l’accensione di mutui. In altri termini, si può instaurare un circolo vizioso micidiale sia per le banche che per i clienti. Il più classici degli effetti domino, un po’ sullo stile di quello che è successo con la crisi dei mutui subprime del terribile biennio 2007-2008.

Quanto lo scoppio della bolla immobiliare inglese sia pericoloso per l’Europa, e in ultima analisi per l’Italia, è la domanda che si stanno facendo in queste ore nelle sedi operative delle banche d’affari londinesi. Molto dipenderà da quanto sarà grande il crollo dei prezzi delle case e da quanto saranno nei fatti esposte le banche europee. Da una parte, c’è l’ottimismo dovuto al fatto che rispetto alla crisi americana di nove anni fa ci sono in giro pochissimi strumenti tossici come le famose Cdo e Abs, che fecero da propagatori esponenziali dello scoppio della bolla. Dall’altra parte però c’è il fatto che un’eventuale ulteriore perdita di valore degli attivi delle banche europee si andrebbe pericolosamente ad aggiungere alle difficoltà che già adesso mettono sotto pressione i bilanci degli istituti, come la questione derivati per Deutsche Bank o la questione crediti inesigibili per Mps. Insomma, sembra abbastanza inevitabile che un’onda si abbatterà presto sulle banche europee, e italiane. Se sarà un flutto sopportabile o uno tsunami, è tutto da vedere.

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Referendum: se Renzi perde, le manovre per il dopo non passano dal Colle

Ci sono dei momenti, nella vita del Palazzo, in cui scattano dei riflessi condizionati. Pier Ferdinando Casini, sfoggiando un sorriso da seduttore, avvicina più di un senatore. Confabula, a voce non troppo bassa, sul fatto che “con l’aria che tira bisogna ragionare di un nuovo governo”. Perché ormai per molti ci sarebbe una certezza: Mattarella, a quanto si apprende, non scioglie, e se vince il no al referendum si farà un nuovo governo. Stesso riflesso il professor Gaetano Quagliariello, parlottando con i colleghi: “Mattarella ha fatto capire quale sarà la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum, lo boccia…”.

Il problema, però, è che Sergio Mattarella, per indole e contesto, non interpreta il suo ruolo come Giorgio Napolitano, definito a torto (o a ragione) un interventista in politica. E a fare del Colle il baricentro della vita politica italiana, dove i governi vengono preparati e costruiti. L’indole è un’altra. È quella di un uomo che preferisce la stabilità del sistema, senza strappi e senza traumi. In modo un po’ gergale qualche vecchio amico la dice così: “Se lo conosco Sergio, in cuor suo, spera che vinca il sì al referendum perché aiuta la stabilità. Tutto vuole fuorché danneggiare Renzi perché Renzi rappresenta stabilità. E tutto auspica fuorché dover gestire un casino di sistema”.

Al di là del cuore, che non è materia del racconto, i pensieri che un cronista può riportare riguardano la lettura che dà del contesto, radicalmente diversa da quella del suo predecessore. C’è un governo, con un premier forte, che a sua volta è leader del partito di maggioranza relativa. Non ci sono le ragioni di una supplenza nelle decisioni né tantomeno quelle di una congiura, di qui a ottobre e anche dopo per arrivare a formare un nuovo governo. Più volte il capo dello Stato è stato nominato in questi giorni da presunti o reali congiurati che, da Franceschini a D’Alema, lavorano per un governo di transizione in caso di vittoria del no: “Se cade Renzi – è il refrain – il boccino è nelle mani di Mattarella, che farà un governo”. Parole che lo hanno un po’ infastidito perché è un po’ come chiedere all’arbitro il risultato finale della partita in corso o al giudice la sentenza, a dibattimento in corso, per fare esempi comprensibili. Qualunque parola rischia di condizionare il quadro.

“Che farà Mattarella se vince il no e salta il governo?” è il quesito che, nel Palazzo, alimenta trama, aspettative, interpretazioni in libertà. Certo che il capo dello Stato ha le sue idee, in materia di legge elettorale e non solo. Però, la bussola per capire che farà è un’altra. Prosegue il vecchio amico, quello che ci ha spiegato le ragioni del cuore: “Per capire Mattarella devi seguire alla lettera il dettato della Costituzione. Napolitano faceva la moral suasion, esercitando la sua forza di condizionamento. Mattarella è un notaio”.

Il che significa, applicando il metodo notarile al caso specifico, che se – a seguito del no – si dimette un governo, accade una cosa semplice. Ci saranno le consultazioni e lì si registrerà se ci sarà o meno una maggioranza in Parlamento. Tra lo scioglimento e la decisione di dare un mandato a qualcuno per un esecutivo di scopo c’è, innanzitutto, la posizione che porterà al Quirinale Matteo Renzi nel suo ruolo di segretario del Pd, partito di maggioranza relativa.

È impensabile una decisione “contro” il premier. È lui, più del capo dello Stato, ad avere in mano il pallino dell’iniziativa: può avere un reincarico, può dire di appoggiare un governo, può impuntarsi trascinando tutti al voto. Può addirittura non dimettersi, se magari il paese è nel pieno di una tempesta bancaria e va portato a termine l’iter della legge di stabilità. È presto e impossibile cucinare ricette per le osterie dell’avvenire. Al Qurinale, poi, più che un cuoco c’è un attento e taciturno notaio.

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L’odio e il razzismo non prevarranno, da ieri lo dobbiamo anche a Emmanuel

La tragica morte di Emmanuel Chidi Namdi, a Fermo, non ha nulla della fatalità, dell’incidente o anche soltanto della sfortuna. Emmanuel non si è trovato affatto al posto sbagliato nel momento sbagliato: era a fianco della sua donna ed era in un Paese, l’Italia, che offre asilo ai rifugiati, che fuggono dagli orrori della guerra. Dovremmo essere fieri dell’impegno che mettiamo nell’affrontare un’emergenza umanitaria senza precedenti; siamo costretti invece a provare vergogna per una violenza stupida e insensata.

Emmanuel Chidi Namdi è l’ennesima vittima di campagne d’odio che ormai si propagano in maniera virale, di beceri sentimenti razzisti che si diffondono con sempre maggiore rapidità, anche grazie alla Rete. A volte si tratta solo di dileggio, di insulti o di ingiurie; altre volte di minacce e violenze, fino a episodi gravissimi come l’assassino del giovane nigeriano. Che ci angoscia per la sua spaventosa gratuità, perché innescato dal puro e semplice disprezzo nei confronti dell’altro.

È nostro dovere vigilare, poiché la memoria pubblica del nostro Paese è ancora intrisa di umori che, certo, appartengono a un passato lontano, ma che non è detto affatto che non possano riemergere. A esplorare anzi la galassia online di siti, blog, gruppi di estremisti, xenofobi e antisemiti, si deve ammettere purtroppo che molto è già emerso.

Per questo, non più tardi di un mese fa ho salutato con particolare soddisfazione l’accordo di collaborazione per eliminare i messaggi di odio online sottoscritto dalle più grandi società di internet e social media con la Commissaria europea per la Giustizia, Vera Jourovà. A quell’accordo abbiamo lavorato fin da dicembre scorso, insistendo perché avesse finalmente una portata europea. Ci siamo riusciti ed è stato un passo importante.

Crisi economica, crisi della democrazia e crisi della rappresentanza alimentano infatti regimi discorsivi sempre più deteriorati, paradigmi discriminatori e tendenze xenofobe, e purtroppo anche una sempre più scoperta criminalizzazione del migrante in quanto tale, con la spinta a individuare nel diverso, nello straniero, nell’immigrato il capro espiatorio su cui scaricare violenza e frustrazione. Ma non è questa l’Italia o l’Europa che vogliamo, e sono certo: non sono queste le parole e i sentimenti che prevarranno. Da ieri lo dobbiamo anche a Emmanuel, e a Chinvery, la sua dolce compagna.

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A Roma non abbiamo un sindaco, ma un album di famiglia

E il piccolo Matteo sul suo scranno durante la votazione in assemblea capitolina, che stringe la mano al neo presidente De Vito, poi gioca con lo schermo touch della postazione. Carino, fa molto primo sindaco donna e madre, ci sta.

E il padre e la madre emozionati in aula. “Quanto sono felice? in una scala da 1 a 100, direi 101”, dichiara il padre. Carini, fa molto sindaco figlia, ci sta.

E il marito, quello della lettera nel giorno della vittoria. “Una giornata speciale per tutti. Se sono emozionato? Certo. Che cosa ha detto Virginia dopo la lettera aperta che le ho indirizzato all’indomani della vittoria? Ci siamo visti, abbracciati, era contenta, ma la lettera non è importante”. Eppoi: “Se aiuterò Raggi? Ci mancherebbe, sono un attivista da tanto tempo”. Opportuno, fa molto sindaco moglie, ci sta.

E i colleghi dello studio Sammarco, quello che difese Previti, dove la Raggi fece pratica, e che creò qualche problemino, ma neanche tanto grande, alla cavalcata trionfale di Virginia. “Come era in studio? Era bravissima… Sono molto contento per Virginia, sono sicuro che farà molto bene”, dice Sammarco. Un po’ al limite, fa un po’ parenti lontani che tornano al momento meno opportuno, forse meglio evitare.

E i parlamentari Alessandro Di Battista, Carla Ruocco e Paola Taverna, non proprio il minidirettorio a 5 stelle che dovrebbe coordinarsi con il primo sindaco donna della capitale, ma una rappresentanza di peso. Istituzionale, ombrello politico, ci sta.

Infine Casaleggio-Grillo, con il blog, dove oltre alla diretta streaming della prima riunione del consiglio comunale, è stata pubblicata anche la lista della giunta con un breve curriculum di tutti i 9 assessori. “Nessuno di loro è un politico – si legge sul blog – ma sono tutti cittadini che hanno deciso di mettere la loro competenza al servizio di questa bellissima città e di noi tutti”. Sguardo che arriva dall’alto, patriarcale, anzi, visto che siamo a Roma, da generoni. Garanzia di ultima istanza. Ci sta.

Insomma, una pletora di figure intorno alla tosta Virginia. Va bene lo storytelling, la costruzione del personaggio, la persona prima della politica, ma qui un po’ si esagera. Più che un insediamento di un primo cittadino, sembra la giornata della laurea. Nuovo stile? Vincente? Umano? Vedremo, ma per ora, più che un sindaco, di cui giudicheremo gli atti, a Roma abbiamo un mega album di famiglia.