Author: Lorenzo

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Banche, Jeroen Dijsselbloem gela l’Italia, ma la Bce apre: la Ue consideri aiuti pubblici

Le banche italiane potevano essere risanate prima, anche usando i soldi pubblici. Oggi le regole sono più stringenti. Jeroen Dijsselbloem, il presidente dell’Eurogruppo, gela l’Italia alle prese con il caso Montepaschi, ma dal vicepresidente della Bce arriva un’apertura senza precedenti a Roma nel negoziato con la Commissione Ue: dopo Brexit occorre una “profonda riflessione” se non valga la pena dare aiuti pubblici. Anche derogando al principio della ripartizione degli oneri con gli investitori privati.

In una giornata caratterizzata da nuova instabilità di Piazza Affari a causa delle banche, con Mps a nuovi minimi record, due nomi di peso si affacciano sulla trattativa fra Roma e Bruxelles. Dijsselbloem, da sempre vicino alle posizioni tedesche, ribadisce che un sostegno in questa fase di tumulto sui mercati non può avvenire eludendo la direttiva sulle banche e le nuove regole della direttiva europea sui salvataggi.

“Altri paesi sono riusciti a ristrutturare le proprie banche con mezzi pubblici e gli italiani non lo hanno fatto allora – ha detto intervenendo all’Aja – ma ora abbiamo regole più severe”.

Nel caso italiano, significa che un’iniezione di fondi pubblici, a partire dal primo banco di prova, in Montepaschi, deve avvenire col contributo di una conversione delle obbligazioni subordinate in capitale. A meno che non vi sia il rischio di instabilità finanziaria, come prevede una deroga al principio generale prevista dalle norme Ue. Un irrigidimento che somiglia a una replica alle parole del premier Matteo Renzi, che aveva buttato la palla nel campo europeo dicendo che la vera questione sono i derivati delle banche continentali (riferimento implicito a Deutsche Bank).

E’ la Bce, per bocca non dell’italiano Mario Draghi ma del suo vice, a tendere una mano, implicitamente, alle ragioni italiane. “La situazione attuale, con nuovi cali delle azioni dopo Brexit, merita una profonda riflessione sull’opportunità di superare alcune imperfezioni del mercato con un pò di sostegno pubblico per migliorare decisamente la stabilità di alcuni settori bancari”. Il timore di Francoforte è quello che infliggendo perdite agli obbligazionisti subordinati, come prevede la regola generale, possa creare instabilità: è la fattispecie che consentirebbe di derogare al principio della ‘condivisione degli oneri’ fra intervento pubblico e privati.

Per Constancio “naturalmente” le regole vanno applicate, ma vanno considerate “nel complesso”, incluso il possibile utilizzo della deroga per ragioni di stabilità finanziaria”.

Un ragionamento che fa breccia nei circoli finanziari internazionali: l’Economist parla di quella italiana come una situazione esplosiva che, se mal gestita, “potrebbe segnare il disfacimento dell’Eurozona” innescando un effetto domino. E consiglia all’Europa di chiudere un occhio: se salta il tappo delle banche, Renzi rischia il referendum e a quel punto potrebbe tornare il caos politico. La trattativa tra Roma e Bruxelles, vede contatti “continui” ma “la nostra posizione non cambia”, dice il portavoce della commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager, che vigila sul rispetto delle norme sugli aiuti di Stato.
Resta da vedere se il peso politico della Bce, oltre alle sue valutazioni tecniche, non sposteranno la Commissione Ue dalle sue posizioni. Molto dipenderà da Berlino, che rimbrotta più o meno esplicitamente che Roma doveva muoversi prima, quando invece diceva “le nostre banche stanno meglio di quelle degli altri”. Angela Merkel ha lo spettro delle elezioni l’anno prossimo, una linea troppo morbida favorirebbe gli euroscettici con conseguenze imprevedibili. Ma una fase di instabilità interna nell’Eurozona potrebbe rappresentare una prospettiva ancora più preoccupante.

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Economist: dalle banche italiane la prossima crisi in Europa. Sì ad aiuti pubblici e modifiche a bail in

L’immagine di copertina è tutto fuorché incoraggiante: un pullman dipinto con i colori della bandiera italiana, in bilico su un burrone e con una inequivocabile scritta sulla fiancata: “Banca”. Nel suo ultimo numero, l’Economist mette in guardia sulla fragilità del nostro sistema bancario definendolo “traballante” e possibile causa della “prossima crisi europea”.

Italy’s teetering banks will be Europe’s next crisis https://t.co/7mLBhR2M81 pic.twitter.com/pZRiOcyBqP

— The Economist (@TheEconomist) 7 luglio 2016

Ma se da lato il settimanale economico definisce il nostro Paese “la quarta maggiore economia e una delle più deboli”, mettendo in evidenza tra i rischi principali proprio la montagna di sofferenze bancarie che riempiono i bilanci delle banche e che sono all’origine delle turbolenze che hanno colpito alcuni istituti, Monte dei Paschi in testa, dall’altra – un po’ sorprendentemente – il giornale delinea come possibile soluzione proprio la via che il governo italiano sta cercando di battere a Bruxelles, scontrandosi però con il veto – per via indiretta – della Germania. Quella di un intervento pubblico nel capitale delle banche in difficoltà, sospendendo però le nuove regole sui salvataggi bancari – il cosiddetto bail in – che prevedono che a pagare il conto siano anche azionisti, obbligazionisti e in ultimi istanza anche correntisti sopra i 100 mila euro.

“Le pressioni del mercato sulle banche italiane non diminuiranno finché la fiducia non verrà ristabilita e ciò non succederà senza fondi pubblici. Se le regole sul bail-in verranno applicate con rigidità in Italia, le proteste dei risparmiatori mineranno la fiducia e apriranno le porte del potere ai movimento Cinque Stelle”, scrive l’Economist.

L’argomentazione del settimanale economico è questa. Il combinato disposto delle ferree regole di bilancio e le nuove norme sui salvataggi bancari arrivate – si sottolinea – “dopo che altri Paesi avevano salvato con soldi pubblici le banche” rischia di alimentare l’idea “che l’Italia ottenga scarsi benefici dalla supposta condivisione dei rischi all’interno dell’Eurozona, ma sia allo stesso danneggiata dai molti vincoli che deve rispettare”. Il pericolo più grande è alle porte: “Se gli italiani dovessero perdere fiducia nell’euro, la moneta unica non sopravvivrebbe”.

Per questo, continua l’Economist, “non c’è motivo di rispettare alla lettera le regole. se questo dovesse mettere a rischio la moneta unica”. Quindi “la risposta giusta è autorizzare il governo italiano a finanziare i meccanismi di difesa delle sue banche vulnerabili con capitali pubblici che siano sufficienti per placare i timori di una crisi sistemica”.

L’Italia, continua il giornale, “ha comunque bisogno urgentemente di fare piazza pulita nel settore bancario. Con i capitali che fuggono e un fondo di salvataggio finanziato dalle banche stesse già ampiamente esaurito, ciò necessiterà una iniezione di denaro pubblico”, cosa appunto proibita dalle nuove regole dell’Eurozona.

L’Economist giudica “buone” le nuove regole sul bail-in, ma ricorda la particolarità del caso italiano, dove oltre 200 miliardi di titoli bancari sono in mano a piccoli investitori, non ad investitori istituzionali che conoscono i rischi, come nella maggior parte dei Paesi europei. “Obbligare gli italiani comuni ad accollarsi di nuovo le perdite danneggerebbe pesantemente il premier Matteo Renzi, facendo svanire la sua speranza di vincere il referendum sulle riforme costituzionali in autunno. Renzi vuole che le regole siano applicate con flessibilità”, conclude il settimanale.

Per questo, la ricetta dell’Economist è chiara: “per dare alle norme sul bail in una opportunità maggiore di essere messe in atto in futuro, doverebbero essere cambiate escludendo gli investitori privati che detengono questi titoli” dai soggetti coinvolti nel salvataggio.

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Expo, nei legami tra i “pizzinari” e gli imprenditori lombardi il ritorno di Cosa Nostra al Nord

Il Tribunale di Trapani, su di loro, ha pochi dubbi: lo scorso maggio ha pronunciato pene complessive a 80 anni di carcere per sette dei suoi più fedeli affiliati. Senza troppi giri di parole, li considera i “pizzinari” di Matteo Messina Denaro. Ovvero, coloro incaricati di diffondere i messaggi e gli ordini del numero uno di Cosa Nostra, latitante da 23 anni. Perché il clan di Castelvetrano, nell’assolata provincia trapanese, è così: determinato fino alla morte a essere la voce e le orecchie dell’ultimo dei padrini.

E dunque oggi questo scenario risulta ancora più sconfortante – per usare le parole del pool antimafia della Procura di Milano – se si scorrono le parole del decreto con cui il giudice della sezione autonoma Misure di Prevenzione Fabio Roia sancisce il commissariamento della società Nolostand spa, controllata da Fiera Milano Spa, il più importante operatore fieristico italiano e uno dei più noti al mondo.

Perché è qui, fra queste righe, che i nomi di professionisti di primo piano del nostro più prestigioso polo espositivo si mescolano a quelli di personaggi ritenuti dagli inquirenti imparentati con esponenti del clan Anzallo di Pietraperzia, con la famiglia mafiosa degli Accardo di Partanna a loro volta legata – ha pubblicamente spiegato il procuratore aggiunto Ilda Boccassini – per l’appunto al clan di Castelvetrano. Ovvero, i “pizzinari” di Matteo Messina Denaro detto “u secco”.

Se questi legami dovessero essere provati anche nelle aule del Tribunale, per Cosa Nostra questo segnerebbe un ritorno in grande stile in terra lombarda. Ormai da alcuni anni l’organizzazione criminale siciliana sembrava superata dalle potentissime ‘ndrine calabresi, le prime tra l’altro a tentare di accaparrarsi la succulenta torta di Expo 2015 già nel lontano 2009.

Il clan di Pietraperzia, in particolare, in Lombardia ha una storia lunga e importante. Anche se ultimamente sembrava passato sottotraccia. Emigrati al Nord nei primi anni Ottanta, con fortissimi legami internazionali in Belgio, la cosca originaria di Enna è specializzata in estorsioni, usura e – appunto – nel trasferimento fraudolento di ingenti somme di denaro.

A Cologno Monzese fino a pochi anni fa era presente una vera e propria enclave, capeggiata dal pluripregiudicato Calogero Ferruggia.

Le accuse nei confronti degli 11 arrestati nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Milano che avrebbe scoperchiato l’ennesimo scandalo legato a Expo, in ogni caso, sono ancora tutte da dimostrare. Così come i loro presunti legami con l’universo mafioso. Come sempre vige la presunzione di innocenza e questa inchiesta giudiziaria non fa eccezione.

Però le carte raccontano storie quantomeno suggestive.

A partire, appunto, dalle parentele scomode dei due effettivi titolari del consorzio Dominus Giuseppe Nastasi e Liborio Pace, entrambi finiti in manette con l’accusa di aver favorito un fiume di denaro nero che da Milano arrivava in Sicilia con l’intento di favorire i clan mafiosi.

“Giuseppe Nastasi – si legge nel decreto – è sposato con una donna a sua volta coniugata con Francesco Manno, appartenente alla locale di ‘Ndrangheta di Pioltello e condannato nell’ambito dell’indagine Infinito”. “Consolidati – scrive ancora il giudice – anche i rapporti di Nastasi con la famiglia mafiosa degli Accardo, la cui esistenza e operatività è attestata da numerose pronunce”. Nelle carte è dunque riportato il numero delle sentenze con il quale la Corte d’Assise di Trapani, di Marsala e di Sciacca hanno dimostrato il pieno sostegno del clan a Cosa Nostra e la vicinanza al capo mafia Matteo Messina Denaro.

Ingombrante anche il legame di Liborio Pace (a sua volta imputato nel 2010 per una vicenda di riciclaggio di denaro dal Belgio alla Lombardia ma alla fine prosciolto) con il suocero Giuseppe Anzallo, che gli inquirenti considerano legato al clan di Pietraperzia, condannato per associazione di tipo mafioso. Anche la cognata di Pace – si legge nelle carte – risulta sposata con Vincenzo Monachino, pure lui condannato con sentenza irrevocabile per associazione mafiosa.

Il solo grado di parentela con un condannato, si dirà, non fa di un uomo un mafioso. E quindi – per rafforzare l’impianto accusatorio – gli inquirenti annotano frasi e intercettazioni telefoniche che sottolineano la tracotanza e l’arroganza degli indagati, determinati a tutti i costi a ottenere dalla società controllata da Fiera Milano i lavori per decine di milioni di euro per il montaggio e lo smontaggio di cinque padiglioni di Expo: “Qui c’è un bordello, stanno provando in tutti i modi a farci uscire in cattiva luce – dice Nastasi intercettato al telefono – ma adesso mi ci metto addosso come un pitbull. Il contratto me lo devono prorogare di due anni, me ne sbatto i coglioni!”.

Per ottenere i loro obiettivi, secondo le indagini i due indagati non esitano a placcare i vertici di Fiera Milano. E ci riescono. Tanto da arrivare a scalare la vetta e ad avere un proficuo appuntamento con l’amministratore delegato di Fiera Milano in persona, Corrado Peraboni.

Dalle intercettazioni emerge che l’atteso incontro avviene il 29 luglio 2015, giorno in cui in tutta fretta Pace e Nastasi interrompono le loro vacanze siciliane per catapultarsi a Milano.

“Siamo stati con lui un paio di ore – diranno quindi la sera stessa due indagati – l’incontro è andato bene”. Quel giorno, infatti, Pace e Nastasi tirano un enorme sospiro di sollievo: il contratto con la Nolostand non subisce modifiche e viene rinnovato per altri due anni. “Abbiamo fatto bingo”, commenteranno il giorno dopo.

La loro fortuna, chiamiamola così, però non deve essere passata inosservata. E infatti proprio in quei giorni al direttore tecnico di Nolostand Enrico Mantica (che secondo gli inquirenti ha “rapporti assidui e privilegiati” con i due indagati) arriva un lettera anonima: qualcuno segnala che Giuseppe Nastasi ha legami con Cosa Nostra.

Mantica lo avverte e gli gira la mail. Nastasi, temendo che il contratto gli venga revocato, si allarma. Manda una collaboratrice a controllare il casellario giudiziario (che risulta pulito) e tenta maldestramente di “cancellare” quello sui carichi pendenti, dove risulta invece una vicenda di contributi non pagati.

Tanta preoccupazione, però, risulta eccessiva: infatti Mantica nel giro di qualche giorno si dimentica la lettera anonima e torna a concedere ampia fiducia alla Dominus. “Gli ho fatto avere un contatto che è rimasto a bocca aperta e la lettera non se l’è più inc….” si vanta al telefono.

Qualcun altro, però, da lontano lo stava osservando. Si tratta di Domenico Pomi, fino al 2014 responsabile del settore Security del gruppo Fiera Milano spa. E’ stato lui, ex generale di brigata dei Carabinieri, a sentire l’inconfondibile odore di mafia. E così ha annotato i suoi sospetti in una nota che è finita dritta alla Compagnia dei Carabinieri di Rho. E quindi sul tavolo dei magistrati.

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Matteo Renzi punta al piano A: salvare il governo e vincere il referendum: contatti con Ncd, i frondisti scendono a 5

Fermi tutti: si lavora al piano A che ancora non è tutto perso. Matteo Renzi l’ha iniziata così questa nuova giornata di spifferi sui destini del governo, i tradimenti di Ncd, le eventualità di perdere il referendum di ottobre, il voto anticipato e così via. Troppi carri davanti ai buoi: il segretario-premier prova a mettere ordine. Primo: al Senato i suoi lavorano sui frondisti di Ncd per riportarli all’ovile della maggioranza. Il pallottoliere che in queste ore di contatti febbrili viene tenuto dal sottosegretario e senatrice Federica Chiavaroli sembra dar ragione agli sforzi: da 8 i frondisti di Schifani sono diventati 5. Dunque si lavora per mettere al sicuro il governo e per vincere il referendum di ottobre: le possibilità che vincano i sì ci sono, è convinto Renzi. Che nel frattempo prepara la rete di sicurezza in caso di sconfitta a ottobre: da segretario del Pd, carica che non ha mai voluto lasciare perché è la migliore garanzia per avere il boccino della crisi.

Dicono dal Senato che le riunioni con il Nuovo Centrodestra hanno dato buoni frutti. Si lavora per avere la maggioranza sul dl enti locali al voto in aula la prossima settimana. Si lavora per dimostrare che un governo c’è ancora, indipendentemente dai voti aggiuntivi di Verdini. Renzi non ha cambiato idea sull’Italicum: non darà segnali di pace agli alfaniani, non prima del referendum di ottobre in ogni caso. Però pensa di poter evitare una ‘crisi balneare’. Come? Il premier e i suoi sono convinti che dalle parti di Forza Italia non si stiano stappando bottiglie di champagne per eventuali nuovi arrivi dal gruppo di Ncd al Senato. Perché per il partito dell’ex Cavaliere, ancora in convalescenza dopo l’operazione al cuore, è troppo presto per una crisi di governo: nel centrodestra nulla è pronto per un eventuale voto anticipato, lo scenario che Renzi continua a prediligere in caso di crisi.

Ma la crisi non ci sarà, scommette lui. Nonostante resti preoccupato dalle tensioni ancora vive dentro Ncd e dai possibili sviluppi delle nuove inchieste giudiziarie: da quelle che tirano in ballo la famiglia Alfano a quelle sull’Expo. Un passo per volta però. E mettere in sicurezza il governo è il primo passo. Il secondo è mettere a punto una seria strategia per vincere il referendum di ottobre. Prima di impiccarsi a scenari alternativi, Renzi insiste sul piano A: vincere. E’ convinto che ce ne sia ancora la possibilità, guardando i sondaggi che gli danno il sì vincente sul no al ddl Boschi. E allora: al lavoro.

Al Nazareno si lavora ad un evento di formazione per i volontari che si occuperanno della campagna per il sì. Dovrebbe tenersi dopo l’assemblea nazionale del Pd fissata per il 23 luglio. Inoltre sono stati allertati tutti i segretari regionali. L’obiettivo è arrivare a quel nutrito “50 per cento” di italiani che non sa nulla o poco delle riforme e che è rintracciabile solo nei luoghi di lavoro. E’ per questo che dal Pd stanno curando i contatti con la Cna, la Confcooperative e tutte quelle realtà organizzate che possono dare una mano a diffondere il verbo del sì nei luoghi di lavoro.

L’altro tassello della strategia sta nelle Feste dell’Unità. Quella di Roma per esempio non si tiene a luglio, come ormai è evidente. Ma dovrebbe tenersi a settembre proprio per incrociare la campagna per il sì al referendum di ottobre. Luogo: l’ex Dogana a San Lorenzo, due passi da Termini, lo stesso posto che fu quartier generale del comitato elettorale per Giachetti sindaco di Roma. Non ha portato bene nel caso delle amministrative, ma al Nazareno sono in fase di ‘sfidiamo la sorte’. O almeno è questa la determinazione del commissario romano Matteo Orfini.

E se non bastasse? Per ora al quartier generale renziano non vogliono sentir parlare di piani B: ventre a terra sul piano A. Ma è chiaro che Renzi non vuole farsi cogliere impreparato da un’eventuale sconfitta al referendum. Insomma, non vuole fare la stessa magra figura di David Cameron e di tutta la classe dirigente britannica colta di sorpresa dalla vittoria della Brexit al referendum tanto da finire sotto shock, è evidente. Per questo due calcoli il premier li sta facendo con i suoi fedelissimi. In caso di sconfitta lascerebbe l’incarico a Palazzo Chigi, farebbe dimettere tutto il governo e, come ha detto in direzione Pd, vorrebbe che si dimettesse “anche il Parlamento” per andare al voto anticipato. Ma di certo non lascerebbe la guida del Pd: resterebbe segretario. Questo non è mai stato in discussione anche se in passato il premier ha usato espressioni del tipo “se perdo, cambio mestiere” o “se perdo, lascio la politica”. In cuor suo, non ha mai pensato di lasciare la segreteria del Pd. Perché il timone del partito è la sua unica garanzia per avere tra le mani il boccino della crisi.

L’idea è di salire al Colle e chiedere di andare al voto anticipato, anche con l’Italicum alla Camera e il Consultellum al Senato. Se poi Sergio Mattarella dovesse indicare la necessità di provare un governo Grasso (è l’ipotesi che si aspettano nel Pd) per approvare la legge di stabilità e tentare di uniformare il sistema elettorale tre le due Camere, Renzi potrebbe anche convincersi del tentativo, perché non ha intenzione di entrare in rotta di collisione con il capo dello Stato (approccio tra l’altro corrisposto al Colle). Ma senza entusiasmo e soprattutto con molto scetticismo. I suoi ricordano l’ultimo anno della scorsa legislatura, quando si tentò di cambiare il Porcellum prima del voto fino a quando l’allora segretario del Pd Pierluigi Bersani si arrese: “Ci teniamo il Porcellum”. Così oggi secondo il premier e i suoi questo Parlamento offre poche possibilità di arrivare ad un celere accordo per modificare la legge elettorale in caso di sconfitta del referendum costituzionale.

In questo caso, l’idea cui Renzi resta affezionato è di tornare al voto al più presto, contando sul fatto che il M5s avanzerà la stessa richiesta. Anche perché, sono convinti i suoi, dopo una sconfitta al referendum, Renzi non riuscirebbe a tenere la segreteria del Pd per un anno intero in modo da tornare al voto a settembre 2017, gestendo le liste Dem per il nuovo Parlamento e celebrare il congresso solo alla fine dell’anno prossimo. La tensione nel partito sarebbe alle stelle, un anno è un tempo troppo lungo anche per un governo di scopo.

E’ vero che nei circoli renziani ormai gira una domanda da un milione di dollari: “In caso di crisi, quanti parlamentari Dem resterebbero fedeli al segretario?”. E via alle congetture. Però è anche vero che sarebbe difficile per il partito mettersi contro il proprio segretario, a meno di una scissione, è la conclusione: sono i vantaggi della coincidenza dei ruoli tra premier e segretario.

Ma per ora Renzi resta concentrato sul piano A. Il primo test: la prossima settimana in aula al Senato. Se va bene, “ci sono buone possibilità di riportare il manico del coltello nelle mani di Renzi”, dice una fonte renzianissima, “è questo l’obiettivo in questi giorni di alta turbolenza…”.

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Referendum: se Renzi perde, le manovre per il dopo non passano dal Colle

Ci sono dei momenti, nella vita del Palazzo, in cui scattano dei riflessi condizionati. Pier Ferdinando Casini, sfoggiando un sorriso da seduttore, avvicina più di un senatore. Confabula, a voce non troppo bassa, sul fatto che “con l’aria che tira bisogna ragionare di un nuovo governo”. Perché ormai per molti ci sarebbe una certezza: Mattarella, a quanto si apprende, non scioglie, e se vince il no al referendum si farà un nuovo governo. Stesso riflesso il professor Gaetano Quagliariello, parlottando con i colleghi: “Mattarella ha fatto capire quale sarà la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum, lo boccia…”.

Il problema, però, è che Sergio Mattarella, per indole e contesto, non interpreta il suo ruolo come Giorgio Napolitano, definito a torto (o a ragione) un interventista in politica. E a fare del Colle il baricentro della vita politica italiana, dove i governi vengono preparati e costruiti. L’indole è un’altra. È quella di un uomo che preferisce la stabilità del sistema, senza strappi e senza traumi. In modo un po’ gergale qualche vecchio amico la dice così: “Se lo conosco Sergio, in cuor suo, spera che vinca il sì al referendum perché aiuta la stabilità. Tutto vuole fuorché danneggiare Renzi perché Renzi rappresenta stabilità. E tutto auspica fuorché dover gestire un casino di sistema”.

Al di là del cuore, che non è materia del racconto, i pensieri che un cronista può riportare riguardano la lettura che dà del contesto, radicalmente diversa da quella del suo predecessore. C’è un governo, con un premier forte, che a sua volta è leader del partito di maggioranza relativa. Non ci sono le ragioni di una supplenza nelle decisioni né tantomeno quelle di una congiura, di qui a ottobre e anche dopo per arrivare a formare un nuovo governo. Più volte il capo dello Stato è stato nominato in questi giorni da presunti o reali congiurati che, da Franceschini a D’Alema, lavorano per un governo di transizione in caso di vittoria del no: “Se cade Renzi – è il refrain – il boccino è nelle mani di Mattarella, che farà un governo”. Parole che lo hanno un po’ infastidito perché è un po’ come chiedere all’arbitro il risultato finale della partita in corso o al giudice la sentenza, a dibattimento in corso, per fare esempi comprensibili. Qualunque parola rischia di condizionare il quadro.

“Che farà Mattarella se vince il no e salta il governo?” è il quesito che, nel Palazzo, alimenta trama, aspettative, interpretazioni in libertà. Certo che il capo dello Stato ha le sue idee, in materia di legge elettorale e non solo. Però, la bussola per capire che farà è un’altra. Prosegue il vecchio amico, quello che ci ha spiegato le ragioni del cuore: “Per capire Mattarella devi seguire alla lettera il dettato della Costituzione. Napolitano faceva la moral suasion, esercitando la sua forza di condizionamento. Mattarella è un notaio”.

Il che significa, applicando il metodo notarile al caso specifico, che se – a seguito del no – si dimette un governo, accade una cosa semplice. Ci saranno le consultazioni e lì si registrerà se ci sarà o meno una maggioranza in Parlamento. Tra lo scioglimento e la decisione di dare un mandato a qualcuno per un esecutivo di scopo c’è, innanzitutto, la posizione che porterà al Quirinale Matteo Renzi nel suo ruolo di segretario del Pd, partito di maggioranza relativa.

È impensabile una decisione “contro” il premier. È lui, più del capo dello Stato, ad avere in mano il pallino dell’iniziativa: può avere un reincarico, può dire di appoggiare un governo, può impuntarsi trascinando tutti al voto. Può addirittura non dimettersi, se magari il paese è nel pieno di una tempesta bancaria e va portato a termine l’iter della legge di stabilità. È presto e impossibile cucinare ricette per le osterie dell’avvenire. Al Qurinale, poi, più che un cuoco c’è un attento e taciturno notaio.

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Ue, Commissione rinvia decisione su Spagna e Portogallo. La palla passa al Consiglio, ma la multa potrebbe essere zero

Spagna e Portogallo non hanno fatto abbastanza per contenere il proprio deficit nel 2015 e per questo dovranno procedere a dei percorsi di aggiustamento. È questa la conclusione a cui è giunta la Commissione Europea che ha parò lasciato l’ultima parola – secondo quanto previsto dalle regole comunitarie – all’Ecofin, l’organo che riunisce i ministri dell’Unione Europea, che potrebbe valutare la possibilità di comminare delle sanzioni ai due Paesi.

“La palla è ora nel campo del Consiglio” per prendere una decisione su Spagna e Portogallo, perché “alla fine è il Consiglio che decide”, ha detto il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis e il commissario Pierre Moscovici, sottolineando che “noi abbiamo fatto il nostro lavoro. Se i ministri daranno luce verde, la Commissione avrà 20 giorni per presentare le sue proposte per multe che potrebbero essere comunque ridotte o cancellate in presenza di ‘circostanze eccezionali’.

A confermare questa “possibilità” sono stati sia il vicepresidente Valdis Dombrovskis che il commissario Pierre Moscovici. “Le regole del patto di stabilità e crescita permettono di non rispondere con semplici sì e no alle domande, e di avere un approccio più sfumato rispetto al bianco-nero”, ha osservato quest’ultimo, accusato da una giornalista di contribuire alla confusione nell’opinione pubblica e alla scarsa chiarezza.

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Usa, accuse all’ordine degli psicologi: “Sostenne la Cia nelle torture a Guantanamo e Abu Ghraib”

Dopo le stragi dell’11 settembre l’Ordine degli Psicologi americani collaborò segretamente con l’amministrazione Bush per rafforzare le giustificazioni etiche e legali delle torture a cui furono sottoposti prigionieri catturati nella guerra al terrorismo. La denuncia è di un rapporto di psicologi dissidenti e attivisti per i diritti umani ottenuto dal New York Times.

Costruito sulla base di messaggi email inediti, il dossier è il primo a stabilire un legame tra l’American Psychological Association e gli interrogatori sotto tortura dei detenuti nelle basi Usa, a Guantanamo e a Abu Ghraib. Sostiene che gli sforzi del gruppo per mantenere psicologi coinvolti nel programma di interrogatori coincisero con quelli dell’amministrazione Bush di salvare il programma dopo la devastante pubblicazione nel 2004 delle foto di abusi nel carcere di Abu Ghraib in Iraq.

“L’APA si coordinò segretamente con funzionari della Cia, della Casa Bianca e del Pentagono per definire giustificazioni etiche degli interrogatori sulla base della sicurezza nazionale che si allineavano con le linee guida legali che autorizzavano le torture da parte della Cia”, concludono gli autori del rapporto.

Il coinvolgimento degli psicologi è rilevante perchè a sua volta aiutò il Dipartimento della Giustizia a argomentare in segreto che il programma era legale e non costituiva tortura dal momento che professionisti della salute supervisionavano le attività degli agenti dell’intelligence.

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Pensioni, opposizioni all’attacco del Governo e del Pd: “Avete votato quella norma, ora ridateci il maltolto”

“E ora ridateci il maltolto”. Non ci voleva. La sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato il blocco delle perequazioni pensionistiche per i trattamenti superiori tre volte il minimo Inps, previsto dal decreto Salva-Italia messo a punto dal duo Fornero-Monti, proprio non ci voleva. Perché rischia di aprirsi una voragine nelle casse pubbliche di 5 miliardi di euro, secondo le più rosee aspettative. La decisione della Consulta investe le pensioni di circa 6 milioni di persone con trattamento superiore ai 1.400 euro mensili lordi.

Uno choc che il Governo prova a dissimulare o a ridimensionare: Palazzo Chigi parla di “prova facile, ma non siamo molto preoccupati”, e predica “calma e gesso”. Il viceministro dell’Economia Morando non nasconde lo stupore: “Mi sembra in questo senso che ci sia un difetto, magari c’è una spiegazione che non abbiamo ancora letto”, riferendosi all’effetto retroattivo della sentenza della Corte.

E tuttavia opposizioni e sindacati sono subito partiti all’attacco. La più agguerrita è ovviamente la Lega, che fa delle pensioni un cavallo di battaglia: “È un bello sberlone alla Fornero, al Pd e a chi votò quella legge infame – va giù duro Salvini -. Ma ora aspetto da Renzi una risposta: per superare quella legge infame, sono pronto, se serve, a votare una proposta Lega-Pd”. Un guanto di sfida che difficilmente il governo intenderà raccogliere. Salvini lancia poi una provocazione che, anche questa, si prevede sortirà pochi effetti: “Io toglierei la cittadinanza italiana alla ‘signora’ Fornero”.

Per la Cgil “dopo la vicenda degli esodati un altro clamoroso colpo alla legge Fornero: la sentenza della Corte Costituzionale conferma che la cosiddetta riforma non sta in piedi e che le norme vigenti vanno cambiate”, dice Vera Lamonica, segretaria confederale. La Cisl invita il governo a riflettere: “La decisione della Consulta sia un monito per il governo”. Per la Uil è l’ora “che ci ridiano il maltolto”.

L’obiettivo è quello di riaprire il capitolo pensioni. È dello stesso avviso Nichi Vendola, leader di Sel: “Consulta boccia parte della legge Fornero sul blocco rivalutazione delle pensioni: ora il Pd (che allora votò la norma) la faccia cambiare dal governo attuale. Lo riconosce anche la Corte Costituzionale: la legge Fornero è una legge ingiusta. Ora i pensionati italiani colpiti da quel provvedimento hanno diritto di riavere quello che gli spetta”. Così anche nel Pd, l’esponente di minoranza Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro della Camera invita il governo a riaprire il capitolo previdenziale.

Altra voce di maggioranza è quella di Nunzia De Girolamo vede nella decisione della Corte uno “stimolo per il governo” a intervenire: “Dovremmo avere tutti l`umiltà e l`onestà politica di dire che quella riforma è stata un errore. Non possiamo più permettere che sia la corte costituzionale a sanare i nostri sbagli, commissariando di fatto governo e Parlamento”.

Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, invece festeggia: “Chiedevamo da tempo una presa di posizione della Corte Costituzionale sul blocco delle indicizzazioni delle pensioni da 1400 euro. Oggi è arrivata e per una volta a sorridere non sono solo i pensionati d’oro”. Il Movimento 5 Stelle va invece all’attacco del tesoretto: “Questa è la pietra tombale sul tesoretto di Renzi. I pasticci del governo Monti sono nodi che adesso vengono al pettine. Le lacrime di allora da parte dell’ex ministro Fornero si sono trasformate in macigni che ricadono sulla testa dei successori e di tutto il Paese. Ora vogliamo proprio vedere se Palazzo Chigi continuerà a dire che c’è un tesoretto da elargire, magari prima delle elezioni”.

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Pensioni, la Consulta apre una voragine nei conti pubblici e manda all’aria i piani del governo

Altro che tesoretto. Il problema per Matteo Renzi presto non saranno più i soldi in eccesso da spendere ma quelli in meno da trovare. Un mucchio di soldi, da 5 a 10 miliardi, per tappare il mega buco nei conti pubblici che la Corte Costituzionale ha aperto di fatto oggi, con la sentenza che ha dichiarato incostituzionali le norme del decreto Salva-Italia che hanno bloccato per il biennio 2012-2013 la rivalutazione delle pensioni sopra i 1400 euro.

L’ordine di scuderia partito da Palazzo Chigi per il momento è un invito a non farsi prendere dal panico. “Stiamo verificando l’impatto che la sentenza della Consulta può avere sui conti pubblici, non sarà una prova facile ma non siamo molto preoccupati”, ha fatto sapere il governo. “Calma e gesso. Studieremo la sentenza e troveremo la soluzione”.

Ma malgrado le rassicurazioni del governo la questione è seria e per niente una questione da addetti ai lavori. “Ancora non abbiamo effettuato i calcoli ma è chiaro che la sentenza ha conseguenze rilevanti sul bilancio pubblico”, ha dovuto riconoscere il viceministro dell’Economia Enrico Morando. La forchetta sul possibile impatto per le casse dello Stato è così ampia perché è difficile fin da subito stimare la somma che il governo potrebbe essere chiamato a recuperare. Vale a dire restituire ai circa sei milioni di pensionati che da questo congelamento sono stati interessati. In ogni caso, anche nel più ottimistico degli scenari, la bomba della Consulta costringe il governo a ridisegnare completamente i propri piani.

A proposito di scenari, il punto di partenza è la stima fornita dall’Avvocatura di Stato, ricavata dalle previsioni contenute nella relazione tecnica del decreto Salva-Italia, dove si calcolava per il solo 2012-2013 un risparmio di 4,9 miliardi di euro. Tre tesoretti, per intendersi. E sarebbe soltanto l’inizio. Perché non si tratta soltanto di rimborsare il “maltolto” relativo al biennio contestato, il 2012-2013. Anche a blocco scaduto, nel 2014, le successive rivalutazioni avrebbero dovuto essere quindi calcolate non più sull’assegno congelato del 2011 come è accaduto, ma sull’assegno nuovo.

Sembrano tecnicalità, ma la stessa relazione tecnica stimava anche gli effetti della norma sugli anni successivi, circa 3 miliardi all’anno dal 2014 in avanti. Se la norma cade, questi risparmi previsti a bilancio vanno recuperati altrove e le somme vanno corrisposte ai pensionati, portando il conto finale fino a 10 miliardi. A cui si aggiungerebbero eventualmente altri 3 miliardi da trovare a regime a partire dal 2016.

relazione tecnica

Anche per il sindacato Pensionati il conto da pagare potrebbe essere ancora più salato dei 5 miliardi fino ad ora citati. Per lo Spi l’effetto complessivo del “congelamento” deciso dal Salva Italia ha significato mancati adeguamenti per 9,7 miliardi di euro. “Avevamo ragione noi. Il blocco della rivalutazione delle pensioni voluto dalla Fornero era profondamente ingiusto e perfino incostituzionale.”, ha attaccato il segretario generale dello Spi Carla Cantone. “Il governo deve modificare subito la legge Fornero, cosa per la quale basta un semplice decreto”.

La questione è sì, prevalentemente contabile, ma anche politica. Secondo la Corte Costituzionale, la norma cassata “si porrebbe in contrasto con il principio di eguaglianza e ragionevolezza, causando una irrazionale discriminazione in danno della categoria dei pensionati”. Non solo, la Consulta di fatto sottolinea la disposizione in questione “si limita a richiamare genericamente la ‘contingente situazione finanziaria’” nel giustificare la necessità di una misura così gravosa.

Un po’ come dire che interventi di questo tipo, se applicati, vanno anche adeguatamente motivati. Lo spiega la Corte poche righe più avanti. “L’interesse dei pensionati, in particolar modo di quelli titolari di trattamenti previdenziali modesti, è teso alla conservazione del potere di acquisto delle somme percepite, da cui deriva in modo consequenziale il diritto a una prestazione previdenziale adeguata. Tale diritto, costituzionalmente fondato, risulta irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio”.

Insomma, l’ordigno della Consulta manda all’aria sì i piani di Renzi ma fa un brutto scherzo anche all’ex premier Monti. Mettendo in discussione la legittimità di una parte del suo principale provvedimento politico. Una sorta di schiaffo all’austerity che porta in dote a sei milioni di pensionati anche un probabile tesoretto, ben più cospicuo di quello al centro della scena in questi giorni. Con un’incognita però pesante che già grava sul futuro: dove prenderà il governo le risorse che la Consulta gli sta chiedendo di restituire?

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