Category: News

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Minoranza Pd, dopo lo schiaffo sull’Italicum la Ditta pensa alla vendetta che verrà

Per capire la vendetta che c’è, occorre capire l’agguato che non c’è stato. Perché ora ruota attorno all’incidente, anzi “all’Incidente” la strategia della minoranza sconfitta sulla legge elettorale. E ciò che non è accaduto riporta l’orologio ai tempi della del jobs act. È stato nel momento più aspro dello scontro sui licenziamenti collettivi che Massimo D’Alema, sempre molto attivo anche fuori dal Palazzo, suggerì: “Sul lavoro dobbiamo rompere e aprire la crisi di governo, è un tema che il nostro popolo capisce”.

Fu un’ipotesi su cui, ai tempi, sia Bersani sia Speranza si dissero contrari. Sembrava uno scenario da brivido: aprire la crisi di governo, rompere il Pd e andare alle urne col Consultellum. Ora, sulla vicenda della legge elettorale, è stato Speranza a spostarsi sulla linea dura. È il segnale. Ed è il segnale quella frase buttata lì non a caso da Pier Luigi Bersani: “Matteo non ha una bella natura”. Frase che ha colpito molto anche palazzo Chigi, a sentire coloro che lo frequentano abitualmente: “Siamo passati dallo scontro politico all’odio antropologico. Bersani e D’Alema vogliono far saltare il tavolo”.

E c’è un motivo se la prossima settimana, a palazzo Madama, sono previste una serie di riunioni di tutta la minoranza, che conta un nucleo duro di trenta senatori. Ed è che è in atto un salto di qualità. Dalla battaglia nella Ditta a quella sul governo. Perché ormai il giudizio di Massimo D’Alema su Renzi è condiviso da tutti, dalle parti della sinistra: “È un arrogante e un prepotente ma non è un genio”. Parole che in fondo non sembrano molto dissimili da quelle pronunciate dal direttore uscente del Corriere, Ferruccio de Bortoli: “un maleducato di successo”. Uno così, è il secondo passaggio logico, capisce solo il linguaggio della forza. E al Senato i numeri ci sono, per mettere in difficoltà il governo se, per dirne una, il Def passò con soli 165 voti, compresi quelli di Bondi e della Repetti. e, per dirne un’altra, stamattina la riforma della PA è passata per un pelo, anzi per un solo voto: 144 voti e un astenuto, con le opposizioni fuori. La minoranza si è comportata bene, tutti presenti e disciplinati, ma uno di loro dice: “Non c’erano i renziani, la maggioranza, perché sono distratti e non sanno stare in Aula. Ma è chiaro che da adesso a Renzi non faremo regali. Se un provvedimento non ci convince votiamo contro”.

Ecco, l’Incidente non è una casualità. È un progetto politico: “D’Alema e Bersani – dice un parlamentare che parla con entrambi – hanno cambiato schema di gioco. L’Italicum è il primo episodio di una drammatizzazione che sarà un crescendo, non nel partito ma in Parlamento. Ci proveranno sulle riforme, poi sulla scuola. Logorano logorano, finché prima o poi…”. Per capire ciò che accadrà sulla scuola, occorre ricordare ciò che non è accaduto sul lavoro, perché – ricordano in molti – gli insegnanti sono un terzo della base elettorale del Pd. Ecco la nuova strategia di guerra, dopo che sull’Italicum è andata in frantumi quella dell’aggiustamento: “intransigenza” sui temi di sinistra, alzando il clima fino all’Incidente. Anche perché l’Italicum sta passando ma non è legge visto che entra in vigore il prossimo anno. Certo, Renzi ha il soccorso di Verdini e magari di Berlusconi, ma se arriva Verdini è il miglior regalo che può fare alla sinistra: “Dobbiamo chiarire – dice Speranza – fra noi cos’è, oggi, questo Pd. C’è molto da capire. Quando vedo Camusso che non condivide le politiche del Pd, ad esempio. Oppure quando vedo Bondi che vota il Def e la fiducia a Renzi. O ancora quando leggo che Verdini ragiona di un gruppo di senatori che vanno verso il Pd. Vedo un problema enorme”. E di fronte ai problemi enormi, sono enormi pure le soluzioni.

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Fedez si schiera a favore dei No Expo: “Ci sono infiltrazioni mafiose”. E Salvini lo attacca: “Paga di tasca tua i danni”

Nel giorno del corteo No Expo per le vie di Milano, i giovani che protestano contro l’Esposizione che inizierà domani possono contare sull’appoggio di Fedez. Il cantante infatti si è schierato a favore dei No Expo, che sfilando per la città hanno danneggiato vetrine e imbrattato muri. “I danni dei #NoExpo sono poca cosa in confronto alle infiltrazioni mafiose e le speculazioni economiche di EXPO.Indignati a giorni alterni!”, ha scritto su twitter il rapper. Che poi ha aggiunto: “Nessuna attività o negozio di privati CITTADINI è stata toccata dai #NoExpo a breve vi do una lista, che per i giornalisti è troppo faticoso”. Lista che poco dopo viene pubblicata sempre sul suo profilo twitter.

La lista degli edifici imbrattati datami da un #NoExpo Qui si spiega perchè sono atti di protesta e di non vandalismo pic.twitter.com/3kYrOroTMl

— Fedez (@Fedez) 30 Aprile 2015

La presa di posizione di Fedez però non è piaciuta al leader della Lega Nord Matteo Salvini: “FEDEZ difende quelli che oggi hanno danneggiato e imbrattato strade e vetrine, palazzi e negozi? PAGA di tasca tua I DANNI, fenomeno!”. A stretto giro la replica del cantante: “Falso, difendo le motivazioni non giustifico l’azione in se.Ma Quanto vi piace strumentalizzare? Vi faccio così paura?”.

FEDEZ difende quelli che oggi hanno danneggiato e imbrattato strade e vetrine, palazzi e negozi?PAGA di tasca tua I DANNI, fenomeno!

Posted by Matteo Salvini on Giovedì 30 aprile 2015

Falso, difendo le motivazioni non giustifico l’azione in se.Ma Quanto vi piace strumentalizzare? Vi faccio così paura? @matteosalvinimi

— Fedez (@Fedez) 30 Aprile 2015

Poi Fedez si è rivolto anche ad Andrea Bocelli e Antonella Clerici, che saranno protagonisti dello spettacolo di inaugurazione di Expo: “Visto che inaugurate Expo, cosa ne pensate delle infiltrazioni mafiose e del lavoro sottopagato? #VIP #VERYVIP” Critiche al cantante sono arrivate anche dal giornalista di Libero Filippo Facci, che ha dato a Fedez del “cretino”:

Detto da chi si fa le foto in giacca e cravatta dentro il Naviglio mentre parla al telefono lo prendo come un complimento @FilippoFacci1

— Fedez (@Fedez) 30 Aprile 2015

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La malattia misteriosa che ha colpito Kalachi: eccitazione incontrollabile, sonno profondo e visioni mostruose (FOTO)

Il villaggio di Kalachi, situato nella parte settentrionale del Kazakhstan, è stato soprannominato “villaggio dei dannati” a causa della strana malattia sconosciuta che ha colpito i suoi abitanti, la maggior parte dei quali sono scappati in preda al terrore. La malattia causa un improvviso sonno profondissimo che dura dalle 12 ore ai 6 giorni, dopo il quale gli uomini si risvegliano colti da un fortissimo e inarrestabile desiderio sessuale. A questi sintomi si accompagnano visioni di creature spaventose, furia incontrollabile e perdita di memoria.

Residents of Kazakh ‘Village of the Damned’ reveal disturbing new symptoms http://t.co/YmkFJfGGLU pic.twitter.com/kDFFtg2ZkI

— Daily Mail Online (@MailOnline) April 30, 2015

Come riporta il Daily Mail questa strana malattia che colpisce in maniera indistinta uomini e donne è stata rilevata per la prima volta 4 anni fa, e sembra che circa un quarto della popolazione del villaggio ne sia stata colpita in un momento o nell’altro.

Il morbo causa un improvviso e profondo sonno, che porta chi ne è colpito a dormire da un minimo di 12 ore ad un massimo registrato di 6 giorni senza interruzioni. Le donne del posto hanno rivelato che i loro uomini, una volta risvegliati dal sonno, non riescono a fare a meno di andare alla ricerca di rapporti sessuali in maniera morbosa.

Raccontano storie di uomini che non sono in grado di camminare ma che nonostante ciò implorano le mogli per congiungersi a loro, o di vecchi in stato pietoso che, nonostante non siano in grado di controllare i propri bisogni fisiologici, durante il trasporto in ospedale hanno cercato di forzare diverse infermiere a concedergli le proprie grazie. Nessuno degli uomini colpiti è apparso incline a parlare di questo aspetto della malattia.

Ma i sintomi inconsueti non finiscono qui: sembra che le persone affette diventino improvvisamente inclini a esprimersi in maniera volgare e a insultare chiunque gli capiti a tiro, mentre altri credono di essere animali o si rifugiano in mondi paralleli all’interno della propria mente.

“Quando sono stata ricoverata con mia sorella” – ha raccontato ad una reporter una ragazza – “Non riuscivo a capire cosa mi stesse succedendo. Sentivo un bisogno impellente di scappare. Anche mia sorella si sentiva allo stesso modo, così abbiamo iniziato a nasconderci nell’ascensore ridendo come scolarette mentre i dottori ci cercavano. Quando ci hanno trovato abbiamo iniziato a colpirli violentemente nel tentativo di fuggire. Tuttora non riesco a spiegarmelo”.

I bambini sono affetti invece da sintomi leggermente diversi, primo tra tutti la comparsa di visioni spaventose.

“Mio figlio accusava episodi di terrore notturno e più volte mi ha detto che ero mostruosa, che sulla mia fronte c’erano diversi occhi” racconta una madre. Alcuni piccoli hanno detto di vedere bulbi oculari volanti e cavalli dall’aspetto raccapricciante, mentre le madri dichiarano che i figli colpiti dall’improvviso sonno non si svegliano nemmeno se scossi violentemente con tutte le forze.

Nonostante ciò in molti casi sembrerebbe che, una volta spariti i sintomi iniziali, le persone colpite tornino in perfetta salute. Ma molti abitanti del villaggio hanno comunque preferito cambiare aria, traslocando in villaggi confinanti al punto tale che ormai la popolazione risulta decimata e solo poche centinaia di persone considerano ancora Kalachi casa propria.

“Questa situazione spaventa le persone a morte, e restare porta con sé un ansia insopportabile” – ha commentato Daria Kravchuk, impiegata in un negozio del villaggio – “Ma comunque restiamo qui perché non sappiamo in che altro posto vivere. Non tutti possono andarsene. Qui abbiamo uno stipendio, delle belle case e delle scuole per i nostri bambini. Partire e lasciarci tutto alle spalle è un’idea che in molti non possono considerare”.

Secondo gli esperti del governo gli strani sintomi potrebbero essere causati da alcune fuoriuscite di gas radioattivo provenienti da una miniera di uranio chiusa anni fa che si trova a circa 4 miglia da Kalachi, ma sono in molti ad essere scettici riguardo a questa spiegazione.

Un’ex dipendente del sito che si occupava dell’estrazione dell’uranio spiega: “Ho lavorato per anni in quella miniera, molti di noi bevevano l’acqua che si trovava lì che, come potete immaginare, era completamente satura di uranio. Ma nessuno si è mai addormentato, l’uranio non c’entra. L’anno scorso le persone cadevano nel sonno a gruppi di circa 30 persone al mese. Adesso da qualche tempo succede molto più raramente: perché?”

Molti dei sintomi sono simili a quelli dell’avvelenamento da alcol, ma sembrerebbe che la malattia sia diversa rispetto ai casi iniziali. Le ultime persone affette non si addormentavano completamente, ma si sentivano solo stanche ed esauste rimanendo incapaci di camminare con le proprie gambe.

Inizialmente le persone colpite dalla malattia erano aggressive al punto da dover essere legate al letto per non ferire gli altri, dopodiché in molti casi ciò che si riscontrava erano violenti conati di vomito e di singhiozzo. Sono in molti a credere che il governo stia sperimentando diversi tipi di droghe somministrate agli abitanti.

Kabdrashit Almagambetov, medico responsabile del distretto, si dichiara molto confuso dai sintomi.

“I sintomi variano molto in base all’individuo colpito, alla sua età e alle malattie croniche di cui ha sofferto in passato. Le reazioni dei bambini sono molto diverse da quelle degli anziani. Le cause rimangono sconosciute, nonostante gli sforzi di diversi dipartimenti medici. Cibo, acqua e livelli di radioattività nell’aria e nel suolo rientrano nella norma. Ma i malati vengono tutti da questo villaggio, o risentono degli effetti della malattia dopo averlo visitato.

Vi garantisco che non è un disturbo psicologico, si tratta di qualcosa di fisico. La teoria delle fuoriuscite di gas non regge perché in questa zona ce ne sono moltissime, ma è solo a Kalachi che questi sintomi sono stati riscontrati. Diverse abitazioni con alti livelli di radon non hanno ospitato malati, mentre altre che risultano più sicure dal punto di vista delle radiazioni sì. Non riusciamo a trovare una spiegazione, nonostante siano passati quattro anni”.

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6 paroline magiche per far smettere gli schizzinosi

Di Leigh Anderson

Quando mio figlio maggiore aveva diciotto mesi, a un certo punto aveva smesso di mangiare ciò che gli proponevo. All’ora dei pasti mi piantava delle grane interminabili e indicava la dispensa dove tenevamo i cracker e il pane. Rifiutava la frutta e la verdura. Mi sembrava di nutrire un vichingo — gli mancava solo un boccale di birra e lo scorbuto. Presa dalla disperazione cominciai a infilare le verdure all’interno delle uova strapazzate e nei frullati, e a inseguirlo in giro per casa con una cucchiaiata di piselli. A cena ogni volta mi sembrava di doverlo incaprettare, col capretto che scuoteva il capo e se la rideva mentre mancavo il bersaglio.

Quando un giorno mi sfogai delle mie disavventure a orologeria con un’amica che aveva una figlia di sei anni, lei mi rispose: “Oh, so perfettamente di che cosa parli! Ieri sera Ava mi ha detto che per cena voleva i noodle, così li ho cucinati, ma poi si è rifiutata di toccarli. Poi ha detto che voleva dell’edamame, così gliel’ho preparato, e non l’ha toccato. Poi ha detto che voleva un bagel, gliel’ho preparato, e non ne ha voluto neanche un boccone. Ma ti rendi conto?”.

Era come se d’un tratto fossi stata in grado d’intravedere il mio futuro da lì a dieci anni. Le aveva preparato tre c**zo di pasti? Perfino io, con tutti i trucchetti e le lusinghe a cui ricorrevo, riuscivo a rendermi conto che era una cosa fuori di testa. Già non sopportavo la cena, quegli interminabili negoziati col mio bambino — che allora aveva due anni — per implorarlo, per convincerlo a mangiare l’ultimo boccone, e poi premiarlo col dessert. Già mi sentivo sbroccare così. Certo non avevo alcuna intenzione di continuare lungo quella strada fino ai sei, ai dieci anni, o magari, Dio mi scampi, all’adolescenza.

Non so come un giorno incappai nel rivoluzionario saggio scritto da Ellyn Satter nel 2000, Child of Mine: Feeding With Love and Good Sense, e la sua lettura mi cambiò letteralmente la vita. La Satter, una dietologa, nutrizionista e terapista familiare, per i pasti promuove una “divisione di responsabilità”: il genitore decide quando mangiare, che cosa servire, e dove farlo, e il figlio da parte sua decide se e quanto mangiare. Sul tavolo ci sarà sempre qualcosa che sai che il bambino sarà disposto a mangiare, come il riso, la frutta o il pane, così ai cibi familiari si accompagnano altri nuovi e sperimentali. Non si esercita alcuna pressione sul bambino affinché “assaggi” qualcosa o ne mangi un certo numero di bocconi. Il dessert è slegato dal fatto che il bambino mangi, o da quanto mangi. La Satter promuove la cena di famiglia, per cui gli adulti mangiano insieme ai ragazzi, così i bambini possono osservare i genitori gustarsi una salutare varietà di alimenti.

Questo approccio ha funzionato come per magia — la cena ha perso di colpo tutto il suo afflato drammatico. Io preparo un pasto e glielo metto davanti (la Satter consiglia ai genitori di lasciare che i bambini si servano da soli dai piatti di portata, ma in casa noi non ne adoperiamo — il cibo va direttamente dalla padella nel piatto), e lui può mangiare ciò che vuole, senza che io proferisca parola. Se ce n’è a sufficienza, può fare il bis di qualsiasi cosa. A cena non ci sono alternative, e dopo due anni di questo programma lui ormai sa bene che non avrebbe senso chiederne.

Oggi mio figlio ha quasi cinque anni, e continua a preferire la carne e il pane alla frutta e verdura, ma siccome abbiamo smesso di fargli pressione e di trattare, ha finito per provare di sua spontanea volontà più alimenti “verdi” di quanto non avrei mai potuto pensare. (Per me è anche un incentivo a presentarglieli nel modo più attraente, cosa che a sua volta ha incrementato il mio stesso consumo di verdure). Così ho scoperto che gli piacciono cose che non mi sarei mai aspettata, come lo stufato di lenticchie e il riso integrale, le zucchine e la crema di basilico, i fagiolini e i broccoli arrosto.

E cose che ero convinta che gli sarebbero piaciute invece non gli piacciono, come la lasagna. (Ora ditemi, a chi è che non piace la lasagna?). E, sì, a volte per cena si mangia “cibo da bambini” — come i nugget di pollo o la pizza, perché sono i suoi preferiti. A volte invece si mangia fritto alla tailandese, il mio preferito, perché la Satter fa notare che ai bambini fa bene rendersi conto che a tutti, bambini e genitori inclusi, di tanto in tanto spetta il proprio cibo preferito.

Il dessert è slegato da quanto mangia. Ne mangiamo di rado comunque, anche perché di solito ce lo concediamo nel pomeriggio. Quando succede seguo alla lettera le istruzioni della Satter, lasciandoglielo mangiare insieme alla cena, cosa che in realtà funziona meglio di quanto si potrebbe supporre. (In genere si mangia il dessert, e poi una porzione della cena).

Quindi quali sono le sei paroline magiche? “Non lo devi mangiare per forza”. Il nuovo sistema non significa che alla fine non capiti mai che manifesti il suo disgusto o “schifo”, o che a volte non dica che non mangerà niente. Proprio l’altro giorno ha guardato il suo piatto e commentato acido: “Hey, ma io volevo una buona cena”, cosa che, dopo un’ora passata ai fornelli, mi faceva venir voglia di gettare tutto per terra urlando, un po’ alla Melissa McCarthy.

Ma ogni volta che dice “che schifo” o “non lo voglio”, gli rispondo con calma: “Non lo devi mangiare per forza”, e poi mi dedico al mio pasto.

La scoperta più significativa, però, è stata sentirmi autorizzata a non inseguire mio figlio per farlo mangiare — e a smettere perfino di sorvegliarlo quando mangia. Siccome i pasti che preparo sono ragionevolmente salutari e piuttosto diversificati, posso godermeli e lasciarlo mangiare, o non mangiare, senza grande Sturm und Drang. E non sono tenuta ad appuntarmi mentalmente una lista (molto corta) dei “cibi che mangia mio figlio”.

Inoltre così è stata troncata sul nascere l’idea dei piatti veloci. Cucino ciò che voglio mangiare, e se ad esempio una sera mio figlio non se la sente di provare la zucca e salsiccia in casseruola, la cosa dipende da lui — di contorno comunque c’è il pane all’aglio, le carote nell’insalata, e con tutta probabilità ho anche infilato qualche spicchio di mela nei piatti. Magari alla ventesima volta che servo questa ricetta si deciderà ad assaggiarne, ma intanto io me la godo, e mio figlio più piccolo toglie la salsiccia e si mangia la zucca, quindi alla fine non si butta niente. Il sistema elimina completamente le lotte di potere per “far mangiare i bambini”. E permette ai bambini d’iniziare a fare caso ai segnali di sazietà del proprio corpo — a quanto pare mio figlio a cena non mangia comunque più di tanto, indipendentemente da quanta roba io serva. Il fatto è che a cena non ha mai molta fame. Quindi cerco di rendere i pasti precedenti quanto più nutrienti possibili, e della cena non mi preoccupo.

Certo, non è perfetto. Molti dei pasti che preparo alla fine sono piuttosto blandi, e per niente stuzzicanti. Mi piacerebbe che fossimo un po’ più avventurosi e scoprissimo nuovi cibi. Inoltre la cena di famiglia non riusciamo a farla proprio ogni sera — a volte c’è solo un genitore, o magari nessuno, perché quando è l’ora di cena per i bambini spesso di fame non ne ho proprio. Ma finora nel suo complesso il sistema ha funzionato piuttosto bene. Ci ha impedito di trasformare il cibo in una ricompensa o in una punizione, cosa che altrimenti pone le basi di una vita improntata al pensiero disordinato del “buon cibo/cattivo cibo”. Il bambino non sarà tenuto a mandar giù una porzione di cavolo cinese per poter arrivare alla coppa di gelato, e non lo costringiamo a ignorare i segnali del proprio corpo per mangiare qualcosa che non gli va.

“Non lo devi mangiare per forza”, detto pacatamente, senza rancore, mi ha cambiato la vita. L’ho adoperato col nostro secondo figlio, che oggi è ancora un bebè, con grande successo. A volte non tocca neanche un boccone della cena, e sono tentata di infilargli qualche cucchiaio mentre guarda un programma alla tv. Ma mi trattengo. Insomma, non deve mangiare per forza.

Questo blog è stato pubblicato su The Huffington Post USA ed è stato tradotto dall’inglese da Stefano Pitrelli

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Isis e narcos messicani: lo Stato islamico arriva nella terra di Pancho Villa. L’alleanza con uno dei cartelli più spietati

Sono arrivati anche in Messico. Ai confini con gli Stati Uniti. Hanno “risvegliato” due cellule “dormienti”, e stretto un patto d’azione con uno dei più potenti cartelli del narcotraffico. I tentacoli della “piovra” jihadista hanno raggiunto anche la terra di Pancho Villa e, dopo l’alleanza con i trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo, il “califfato” guarda ora verso il “Grande Satana” e a possibili infiltrazioni attraverso la frontiera blindata, ma non per questo invalicabile, che separa il Messico dagli States.

Infiltrazioni e affari. Un passo indietro nel tempo. Agosto 2014: i jihadisti dell’Isis guardano con “crescente attenzione” al confine fra Stati Uniti e Messico per un eventuale attacco sul suolo americano. Il Dipartimento per la sicurezza pubblica del Texas, citato da FoxNews, afferma che “un esame dei messaggi sui social media dell’Isis durante la settimana che si è chiusa il 26 agosto (2014) mostra il crescente interesse sul potersi infiltrare clandestinamente nel confine sud occidentale degli Stati Uniti per un attacco terroristico. Gli account sui social media che si ritengono essere di militanti dell’Isis hanno indicato una non specificata operazione al confine e la loro consapevolezza di una possibile entrata illegale tramite il Messico”.

PATTO D’INTERESSI

L’informativa è contenuta in un documento di tre pagine datato 28 agosto 2014, che fa eco ai timori nello stesso senso espressi dal governatore del Texas, Rick Perry, nei giorni precedenti. Aprile 2015: lo Stato islamico avrebbe cellule attive nello Stato di Chihuahua, nel Messico settentrionale, a pochi chilometri dal confine con gli Stati Uniti. I jihadisti valicherebbero il confine con l’aiuto dei narcotrafficanti ed esplorerebbero gli obiettivi dei loro futuri attacchi sul suolo americano. Una delle basi dello Stato islamico si troverebbe a circa otto chilometri dal confine, in una zona conosciuta come Anapra, appena ad ovest di Ciudad Juárez ( Chihuahua ).

Un’altra cellula di islamisti avrebbe sede a Puerto Palomas, una città dello stesso stato, avverte l’organizzazione Judicial Watch, che così parla di sé: “una fondazione apartitica che promuove trasparenza, credibilità e moralità nel governo, nella politica e nella legge”. Secondo un suo report, durante un’operazione congiunta avvenuti agli inizi di Aprile, l’esercito messicano e agenti federali degli Stati Uniti hanno scoperto documenti in arabo e urdu, e mappe di Fort Bliss, uno struttura militare che ospita la Prima divisione corazzata statunitense negli Stati americani del New Mexico e del Texas.

Fonti delle forze dell’ordine e di intelligence segnalano che la zona intorno ad Anapra è dominata dal cartello di Vicente Carrillo Fuentes (“Cartello di Juárez”), La Línea (il braccio armato del cartello) e il Barrio Azteca (una banda originariamente formata nelle carceri di El Paso). La presenza del Cartello nella zona di Anapra ne fa un ambiente operativo estremamente pericoloso e ostile per l’Esercito messicano e le operazioni della Polizia Federale. “Gruppi di terroristi islamici – sostiene l’organizzazione Usa – stanno operando nella città di frontiera messicana di Ciudad e pianificano l’attacco agli Usa con autobombe o altri veicoli trasformati in strumenti esplosivi. Funzionari federali di alto livello, agenti dei servizi segreti ed altre fonti hanno confermato a Judicial Watch che un bollettino di allarme per un imminente attacco terroristico è stato emesso. Agenti di agenzie che fanno capo ai ministeri della Sicurezza Nazionale, della Giustizia e della Difesa sono stati messi in allarme e incaricati di lavorare aggressivamente su tutte le possibili piste e fonti che riguardano questa imminente minaccia terroristica.

Specificamente, le fonti di Judicial Watch hanno rivelato che è confermato che i militanti del gruppo Islamic State of Iraq and Greater Syria (ISIS) stanno adesso operando a Juarez, città famosa per essere infestata da criminali e trafficanti di droga e situata di fronte a El Paso, Texas. Agenti dei servizi segreti Usa hanno raccolto conversazioni telefoniche e via radio che indicano che i terroristi di Isis e di al-Qaeda stanno per portare a compimento piani per attacchi terroristi, ha detto una fonte a Judicial Watch.

Isis e non solo. Il narcotraffico dei cartelli sudamericani è fonte di sostegno anche di organizzazioni jihadiste, in particolare vicine ad Al Qaeda nel Maghreb islamico. “I legami tra traffico di droga e terrorismo (narcoterrorismo) continuano a crescere e non è una tendenza nuova”. A sostenerlo è la DEA, l’agenzia antidroga americana, in un recente rapporto – intitolato “Combattendo il crimine organizzato transnazionale”.

Un cartello messicano in particolare – quello di Sinaloa, in combutta con soci colombiani – sarebbe l’organizzazione criminale più coinvolta negli affari con i gruppi terroristici islamici dell’occidente africano, tra cui Hezbollah libanese e al-Qaeda. “Per ottenere più risorse le divisioni del terrorismo dedite al narcotraffico portano avanti attività criminali alternative: riciclaggio di denaro, sequestri, estorsioni e contrabbando”, scrivono gli esperti del Centro di Operazioni contro il Narcoterrorismo della Divisione Operazioni Speciali della DEA (una branca creata dopo l’11 settembre). Non solo: dei 51 gruppi terroristi così qualificati dal Dipartimento di Stato, quasi la metà – ben 20, tra cui al- Qaeda nel Maghreb ed Hezbollah in Libano – sarebbero vincolati al narcotraffico colombiano e messicano. Stando agli americani Al Qaeda controllerebbe il traffico nella regione del Sahel nell’Africa Occidentale, mentre Hezbollah sarebbe “coinvolto nel traffico di cocaina e nel riciclaggio di denaro tra Sudamerica, Africa Occidentale, Europa e Medio Oriente”.

METODI AFFINI

A unire le cosche dei narcotrafficanti messicani e i jihadisti dello Stato islamico sono anche il “gusto” per l’orrore e l’uso dei video come strumento di propaganda e di avvertimento. I narcos messicani come i terroristi dell’Isis: l’equipaggiamento di armi, mitra, pick up, ricetrasmittenti e smartphone è lo stesso. Lo si vede in un video diffuso sul web per documentare la loro potenza (e incutere timore a chi osa sfidarli). E anche loro decapitano i “nemici”. Il filmato è stato rilanciato dal sito lapolaka.com. Nel filmato si vede un lungo convoglio di auto di narcotrafficanti, proprio come i cortei di furgoni neri dell’Isis di alcuni video di propaganda. I narcos del filmato sono pronti a colpire il gruppo rivale. Il 12 Aprile uno dei questi convogli nello Stato di Chiuaua ha teso un agguato ad un reparto di gendarmi nello Stato di Jalisco uccidendo 15 agenti. La strage è stata attribuita al Cartello Nuova Generacion-Jalisco, formazione già protagonista di azioni con questo modus operandi.

Le autorità messicane ora temono nuove incursioni da parte della banda colpita, che vorrà vendicare la morte del proprio boss, Heriberto Cardenas. Le decapitazioni sono mediaticamente all’ordine del giorno a causa dell’estremismo islamico, ma i jihadisti non sono i soli ad utilizzare questa brutale forma di omicidio: anche i narcos messicani infatti non hanno esitato in numerose occasioni a tagliare la testa ai loro nemici in un’escalation di sangue ed orrore senza fine. Particolarmente raccapricciante fu un video pubblicato da alcuni membri del cartello del Golfo nel 2012, in cui veniva mostrata la decapitazione di cinque membri appartenenti a una gang del narcotraffico rivale. I cinque uomini, nel video di circa 3 minuti, vengono posti in ginocchio di fronte la telecamera e una volta ciascuno dicono nome e cognome.

Subito dopo avviene la decapitazione in diretta, a colpi di machete sul collo. “La gente come voi merita di finire cosi”, questo il commento di chi gira il video, poco prima della decapitazione. Tra i più brutali massacri attribuibili alla lotta dei cartelli della droga messicani vi fu nel maggio del 2012 una strage al confine col Texas, che provocò 49 vittime, uccise e fatti a pezzi secondo un preciso rituale ormai consuetudinario fra i membri di queste organizzazioni criminali. Lungo la strada che collega Monterrey a Reynosa, al confine con il Texas, all’altezza del chilometro 47, furono abbandonati lungo i bordi della carreggiata i corpi, fatti a pezzi e messi in dei sacchetti di plastica. Fonti di intelligence messicane riferiscono inoltre che l’Isis intende avvalersi di ferrovie e infrastrutture aeroportuali in prossimità di Santa Teresa, New Mexico, punto di ingresso negli Usa. Le stesse fonti aggiungono che gli uomini legati ad al-Baghdadi si sono “infiltrati” nelle montagne vicino Portillo, sempre in New Mexico, con la funzione di aiutare l’attraversamento delle frontiere.

L’AMERICA INFILTRATA

Il che sposta l’attenzione sulla presenza di cellule legate allo Stato islamico o più in generale alla nebulosa jihadista negli Usa. Un primo allarme scatta l’ottobre scorso, quando, per cercare di fermare la minaccia di attacchi da parte dello Stato islamico all’interno degli Stati Uniti o la partenza di cittadini americani per unirsi ai jihadisti in Siria e in Iraq, l’Fbi ha chiesto aiuto direttamente agli americani.

“Abbiamo bisogno dell’assistenza delle persone per identificare chi è intenzionato ad andare a combattere all’estero con gruppi terroristici o è intenzionato a tornare in America dopo aver combattuto all’estero”, sottolinea in una nota Michael Steinbach, della divisione della polizia federale che si occupa di controterrorismo. L’Fbi ha anche lanciato un questionario online e un video con un uomo che parla alla perfezione inglese e arabo.

“Speriamo che qualcuno possa riconoscere questa persona e possa fornirci informazioni fondamentali. Nessuna piccola parte di informazione è inutile”, afferma Steinbach. La nuova campagna nazionale dell’Fbi arriva dopo una più mirata a Minneapolis, Minnesota, in cui si chiedeva ai principali leader delle comunità di fornire dati su persone intenzionate a partire per l’estero per unirsi al jihad. Aprile 2015: sei arresti vengono eseguiti tra il 18 e il 19 Aprile tra il Minnesota e la California in relazione a un’indagine per terrorismo su giovani che si sono recati o hanno tentato di recarsi in Siria per combattere in milizie islamiste, tra cui l’Isis. A renderlo noto sono le autorità federali. Gli arresti sono stati compiuti a Minneapolis e San Diego e – affermano le autorità – non c’è stata alcuna minaccia per la sicurezza pubblica. Secondo le autorità, alcuni residenti del Minnesota si sono recati in Siria per combattere con i militanti nel corso dell’ultimo anno e almeno uno di loro è morto mentre combatteva per l’Isis. Dal 2007 più di 22 giovani somali hanno viaggiato dal Minnesota alla Somalia per unirsi al gruppo terroristico di al-Shabab.

La “jihad” negli Usa e contro gli Usa corre anche nel Web. Ventidue Marzo 2015: Nuova minaccia dell’Is contro l’America. In un post pubblicato sul web si lancia un appello “a tutti i fratelli residenti negli Usa”, militanti o aspiranti jihadisti, perché uccidano 100 militari americani che hanno partecipato alla lotta contro lo Stato islamico. Cento persone indicate una per una con nome e cognome, pubblicandone anche le foto e i presunti indirizzi. una vera e propria “black list” rivelata dal Pentagono e dall’Fbi, che hanno confermato la notizia riportata in origine dal New York Times. E le indagini dovranno innanzitutto appurare se la ‘lista nera’ pubblicata dalla cosiddetta “Hacking Division” dell’Isis sia il frutto di informazioni ‘rubate’ ai server del Dipartimento della Difesa oppure di un lavoro meticoloso di raccolta dati sul web, soprattutto sui social media. S’inquadra in questo contesto, la richiesta che Barack Obama ha avanzato lo scorso febbraio al Congresso degli Stati Uniti di nuovi poteri di guerra contro lo Stato islamico: vuole un’autorizzazione limitata nel tempo, che scada dopo tre anni, ma allo stesso tempo che non preveda limiti geografici e non escluda l’uso di truppe Usa sul campo e, soprattutto, afferma, che “mostri al mondo che siamo uniti nella nostra determinazione a combattere la minaccia” posta dall’Isis. “Una minaccia alla stabilità dell’Iraq, della Siria, del Medio Oriente e alla sicurezza nazionale Usa”, ha scritto nella lettera che accompagna la proposta di risoluzione, inviata oggi formalmente al Congresso. “Se non affrontato – afferma Obama – l’Isis diventerà una minaccia che andrà oltre il Medio Oriente e arriverà anche negli Stati Uniti”. E in effetti la minaccia sembra già serpeggiare all’interno degli Usa. Secondo l’intelligence americana, tra i circa 20 mila combattenti stranieri che si sono uniti all’Isis in Iraq e Siria ce ne sono circa 3.400 giunti da Paesi occidentali, tra cui alcuni degli oltre 150 americani che avrebbero tentato di farlo. Indagini su possibili collegamenti tra l’Isis e cittadini americani sono aperti in 50 Stati.

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Shutdown impact: Tourists, homebuyers hit quickly

Storm clouds hang over Capitol Hill in Washington, Friday, Sept. 27, 2013, as the Republican-controlled House and the Democrat-controlled Senate stand at an impasse with Congress continuing to struggle over how to fund the government and prevent a possible shutdown. The Democratic-led Senate was ready Friday to approve legislation to keep the U.S. government running, but disputes with the Republican-run lower chamber of Congress ensured that the battle would spill over into the weekend, as a potential shutdown hurtles closer. (AP Photo/J. Scott Applewhite)WASHINGTON (AP) — A government shutdown would have far-reaching consequences for some, but minimal impact on others. The mail would still be delivered and Social Security and Medicare benefits would continue to flow. But vacationers would be turned away from national parks and Smithsonian museums. Low-to-moderate income borrowers and first-time homebuyers seeking government-backed mortgages could face delays.