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Banche, Jeroen Dijsselbloem gela l’Italia, ma la Bce apre: la Ue consideri aiuti pubblici

Le banche italiane potevano essere risanate prima, anche usando i soldi pubblici. Oggi le regole sono più stringenti. Jeroen Dijsselbloem, il presidente dell’Eurogruppo, gela l’Italia alle prese con il caso Montepaschi, ma dal vicepresidente della Bce arriva un’apertura senza precedenti a Roma nel negoziato con la Commissione Ue: dopo Brexit occorre una “profonda riflessione” se non valga la pena dare aiuti pubblici. Anche derogando al principio della ripartizione degli oneri con gli investitori privati.

In una giornata caratterizzata da nuova instabilità di Piazza Affari a causa delle banche, con Mps a nuovi minimi record, due nomi di peso si affacciano sulla trattativa fra Roma e Bruxelles. Dijsselbloem, da sempre vicino alle posizioni tedesche, ribadisce che un sostegno in questa fase di tumulto sui mercati non può avvenire eludendo la direttiva sulle banche e le nuove regole della direttiva europea sui salvataggi.

“Altri paesi sono riusciti a ristrutturare le proprie banche con mezzi pubblici e gli italiani non lo hanno fatto allora – ha detto intervenendo all’Aja – ma ora abbiamo regole più severe”.

Nel caso italiano, significa che un’iniezione di fondi pubblici, a partire dal primo banco di prova, in Montepaschi, deve avvenire col contributo di una conversione delle obbligazioni subordinate in capitale. A meno che non vi sia il rischio di instabilità finanziaria, come prevede una deroga al principio generale prevista dalle norme Ue. Un irrigidimento che somiglia a una replica alle parole del premier Matteo Renzi, che aveva buttato la palla nel campo europeo dicendo che la vera questione sono i derivati delle banche continentali (riferimento implicito a Deutsche Bank).

E’ la Bce, per bocca non dell’italiano Mario Draghi ma del suo vice, a tendere una mano, implicitamente, alle ragioni italiane. “La situazione attuale, con nuovi cali delle azioni dopo Brexit, merita una profonda riflessione sull’opportunità di superare alcune imperfezioni del mercato con un pò di sostegno pubblico per migliorare decisamente la stabilità di alcuni settori bancari”. Il timore di Francoforte è quello che infliggendo perdite agli obbligazionisti subordinati, come prevede la regola generale, possa creare instabilità: è la fattispecie che consentirebbe di derogare al principio della ‘condivisione degli oneri’ fra intervento pubblico e privati.

Per Constancio “naturalmente” le regole vanno applicate, ma vanno considerate “nel complesso”, incluso il possibile utilizzo della deroga per ragioni di stabilità finanziaria”.

Un ragionamento che fa breccia nei circoli finanziari internazionali: l’Economist parla di quella italiana come una situazione esplosiva che, se mal gestita, “potrebbe segnare il disfacimento dell’Eurozona” innescando un effetto domino. E consiglia all’Europa di chiudere un occhio: se salta il tappo delle banche, Renzi rischia il referendum e a quel punto potrebbe tornare il caos politico. La trattativa tra Roma e Bruxelles, vede contatti “continui” ma “la nostra posizione non cambia”, dice il portavoce della commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager, che vigila sul rispetto delle norme sugli aiuti di Stato.
Resta da vedere se il peso politico della Bce, oltre alle sue valutazioni tecniche, non sposteranno la Commissione Ue dalle sue posizioni. Molto dipenderà da Berlino, che rimbrotta più o meno esplicitamente che Roma doveva muoversi prima, quando invece diceva “le nostre banche stanno meglio di quelle degli altri”. Angela Merkel ha lo spettro delle elezioni l’anno prossimo, una linea troppo morbida favorirebbe gli euroscettici con conseguenze imprevedibili. Ma una fase di instabilità interna nell’Eurozona potrebbe rappresentare una prospettiva ancora più preoccupante.

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Economist: dalle banche italiane la prossima crisi in Europa. Sì ad aiuti pubblici e modifiche a bail in

L’immagine di copertina è tutto fuorché incoraggiante: un pullman dipinto con i colori della bandiera italiana, in bilico su un burrone e con una inequivocabile scritta sulla fiancata: “Banca”. Nel suo ultimo numero, l’Economist mette in guardia sulla fragilità del nostro sistema bancario definendolo “traballante” e possibile causa della “prossima crisi europea”.

Italy’s teetering banks will be Europe’s next crisis https://t.co/7mLBhR2M81 pic.twitter.com/pZRiOcyBqP

— The Economist (@TheEconomist) 7 luglio 2016

Ma se da lato il settimanale economico definisce il nostro Paese “la quarta maggiore economia e una delle più deboli”, mettendo in evidenza tra i rischi principali proprio la montagna di sofferenze bancarie che riempiono i bilanci delle banche e che sono all’origine delle turbolenze che hanno colpito alcuni istituti, Monte dei Paschi in testa, dall’altra – un po’ sorprendentemente – il giornale delinea come possibile soluzione proprio la via che il governo italiano sta cercando di battere a Bruxelles, scontrandosi però con il veto – per via indiretta – della Germania. Quella di un intervento pubblico nel capitale delle banche in difficoltà, sospendendo però le nuove regole sui salvataggi bancari – il cosiddetto bail in – che prevedono che a pagare il conto siano anche azionisti, obbligazionisti e in ultimi istanza anche correntisti sopra i 100 mila euro.

“Le pressioni del mercato sulle banche italiane non diminuiranno finché la fiducia non verrà ristabilita e ciò non succederà senza fondi pubblici. Se le regole sul bail-in verranno applicate con rigidità in Italia, le proteste dei risparmiatori mineranno la fiducia e apriranno le porte del potere ai movimento Cinque Stelle”, scrive l’Economist.

L’argomentazione del settimanale economico è questa. Il combinato disposto delle ferree regole di bilancio e le nuove norme sui salvataggi bancari arrivate – si sottolinea – “dopo che altri Paesi avevano salvato con soldi pubblici le banche” rischia di alimentare l’idea “che l’Italia ottenga scarsi benefici dalla supposta condivisione dei rischi all’interno dell’Eurozona, ma sia allo stesso danneggiata dai molti vincoli che deve rispettare”. Il pericolo più grande è alle porte: “Se gli italiani dovessero perdere fiducia nell’euro, la moneta unica non sopravvivrebbe”.

Per questo, continua l’Economist, “non c’è motivo di rispettare alla lettera le regole. se questo dovesse mettere a rischio la moneta unica”. Quindi “la risposta giusta è autorizzare il governo italiano a finanziare i meccanismi di difesa delle sue banche vulnerabili con capitali pubblici che siano sufficienti per placare i timori di una crisi sistemica”.

L’Italia, continua il giornale, “ha comunque bisogno urgentemente di fare piazza pulita nel settore bancario. Con i capitali che fuggono e un fondo di salvataggio finanziato dalle banche stesse già ampiamente esaurito, ciò necessiterà una iniezione di denaro pubblico”, cosa appunto proibita dalle nuove regole dell’Eurozona.

L’Economist giudica “buone” le nuove regole sul bail-in, ma ricorda la particolarità del caso italiano, dove oltre 200 miliardi di titoli bancari sono in mano a piccoli investitori, non ad investitori istituzionali che conoscono i rischi, come nella maggior parte dei Paesi europei. “Obbligare gli italiani comuni ad accollarsi di nuovo le perdite danneggerebbe pesantemente il premier Matteo Renzi, facendo svanire la sua speranza di vincere il referendum sulle riforme costituzionali in autunno. Renzi vuole che le regole siano applicate con flessibilità”, conclude il settimanale.

Per questo, la ricetta dell’Economist è chiara: “per dare alle norme sul bail in una opportunità maggiore di essere messe in atto in futuro, doverebbero essere cambiate escludendo gli investitori privati che detengono questi titoli” dai soggetti coinvolti nel salvataggio.

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Scoppia la bolla immobiliare a Londra, l’effetto si sentirà a Roma

La bolla immobiliare inglese sta scoppiando. A Londra i primi effetti si stanno già facendo sentire ed è molto probabile che nelle prossime settimane e nei prossimi mesi il prezzo degli immobili, commerciali e residenziali, subirà un tracollo, che può essere anche nell’ordine del 20 per cento, stando alle stime prudenziali di diversi analisti. Un problema solo inglese? Non proprio, perché con la grande interconnessione finanziaria che c’è fra le banche britanniche e quelle del resto del mondo il virus è destinato a propagarsi anche nel Vecchio Continente. E di conseguenza anche in Italia, dove già adesso le banche sono in grande sofferenza, strette fra il bisogno di nuovi capitali e l’esigenza di liberarsi del fardello dei crediti di difficile recupero. Insomma, potenzialmente ci sono tutti gli ingredienti per un’estate caldissima per gli istituti di credito italiani. Motivo per cui la trattativa fra Bruxelles e Roma per sbloccare un intervento statale a tutela delle nostre banche diventa sempre più urgente.

Ma cosa sta succedendo a Londra? E quali sono i primi segnali dello scoppio della bolla? Ad oggi sei importanti fondi immobiliari che operano in Inghilterra hanno annunciato il blocco dei rimborsi agli investitori che hanno chiesto il riscatto delle proprie quote. Fra questi sei ci sono i quattro pilastri del mercato immobiliare: M&G, Henderson, Standard Life e Aviva. Come funzionano e cosa fanno questi fondi? Essenzialmente raccolgono sul mercato – tramite strumenti finanziari elaborati, sia di capitale che di debito – fondi per comprare i grossi centri commerciali e i palazzi pieni di uffici di cui è stracolma la City.

Gestendo queste enormi proprietà, remunerano gli investitori, poggiando la propria solidità sul valore degli immobili stessi. Ora, dopo la Brexit, tanti investitori, sia istituzionali che singoli risparmiatori, stanno chiedendo di rientrare sulla base della comprensibile paura che tutta una serie di aziende e società con base a Londra possano abbandonare gli uffici. I fondi però non si trovano nella situazione di poter affrontare queste richieste: in altre parole hanno problemi di liquidità. E lo avranno per parecchi mesi se non anni, visto che per soddisfare queste richieste devono mettere sul mercato gli immobili di proprietà. Ovviamente la messa sul mercato di un grosso stock di case e uffici farà scendere, e di molto, i prezzi, facendo così scoppiare la bolla, cresciuta negli ultimi anni a dismisura grazie agli investimenti immobiliari a Londra fatti da russi, arabi e magnati asiatici.

Il grande rischio però non sta tanto nello scoppio della bolla in sé, ma nel modo in cui si può propagare al settore finanziario e di conseguenza sui mutui e i prestiti concessi a famiglie e imprese, inglesi e non. Intanto bisogna considerare che ben 4 dei fondi immobiliari in difficoltà fanno capo a compagnie assicurative di prim’ordine nel regno Unito: Prudential, Aviva, Standard Life e Canada life. Gli amministratori delegati iniziano ad avere paura di una fuga degli investitori, tanto che già si stanno attrezzando per tenerseli stretti. Un solo esempio: Mark Wilson, Ceo di Aviva, ha promesso ai propri azionisti di portare l’utile per azione al 50 per cento. Ma non è solo il settore assicurativo ad essere sotto pressione.

Stando alle opinioni raccolte fra gli operatori di mercato che lavorano sulla piazza londinese, c’è inevitabilmente una correlazione fra i fondi immobiliari e le banche. Istituti come Barclays, Deutsche Bank e la stessa Unicredit hanno un’esposizione nei confronti dei property funds. Quindi una forte svalutazione di quest’ultimi può portare a una contestuale perdita di valore per gli attivi delle banche. Senza considerare che se cade il mercato immobiliare, cade anche il valore delle garanzie che le famiglie di solito danno per l’accensione di mutui. In altri termini, si può instaurare un circolo vizioso micidiale sia per le banche che per i clienti. Il più classici degli effetti domino, un po’ sullo stile di quello che è successo con la crisi dei mutui subprime del terribile biennio 2007-2008.

Quanto lo scoppio della bolla immobiliare inglese sia pericoloso per l’Europa, e in ultima analisi per l’Italia, è la domanda che si stanno facendo in queste ore nelle sedi operative delle banche d’affari londinesi. Molto dipenderà da quanto sarà grande il crollo dei prezzi delle case e da quanto saranno nei fatti esposte le banche europee. Da una parte, c’è l’ottimismo dovuto al fatto che rispetto alla crisi americana di nove anni fa ci sono in giro pochissimi strumenti tossici come le famose Cdo e Abs, che fecero da propagatori esponenziali dello scoppio della bolla. Dall’altra parte però c’è il fatto che un’eventuale ulteriore perdita di valore degli attivi delle banche europee si andrebbe pericolosamente ad aggiungere alle difficoltà che già adesso mettono sotto pressione i bilanci degli istituti, come la questione derivati per Deutsche Bank o la questione crediti inesigibili per Mps. Insomma, sembra abbastanza inevitabile che un’onda si abbatterà presto sulle banche europee, e italiane. Se sarà un flutto sopportabile o uno tsunami, è tutto da vedere.

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L’odio e il razzismo non prevarranno, da ieri lo dobbiamo anche a Emmanuel

La tragica morte di Emmanuel Chidi Namdi, a Fermo, non ha nulla della fatalità, dell’incidente o anche soltanto della sfortuna. Emmanuel non si è trovato affatto al posto sbagliato nel momento sbagliato: era a fianco della sua donna ed era in un Paese, l’Italia, che offre asilo ai rifugiati, che fuggono dagli orrori della guerra. Dovremmo essere fieri dell’impegno che mettiamo nell’affrontare un’emergenza umanitaria senza precedenti; siamo costretti invece a provare vergogna per una violenza stupida e insensata.

Emmanuel Chidi Namdi è l’ennesima vittima di campagne d’odio che ormai si propagano in maniera virale, di beceri sentimenti razzisti che si diffondono con sempre maggiore rapidità, anche grazie alla Rete. A volte si tratta solo di dileggio, di insulti o di ingiurie; altre volte di minacce e violenze, fino a episodi gravissimi come l’assassino del giovane nigeriano. Che ci angoscia per la sua spaventosa gratuità, perché innescato dal puro e semplice disprezzo nei confronti dell’altro.

È nostro dovere vigilare, poiché la memoria pubblica del nostro Paese è ancora intrisa di umori che, certo, appartengono a un passato lontano, ma che non è detto affatto che non possano riemergere. A esplorare anzi la galassia online di siti, blog, gruppi di estremisti, xenofobi e antisemiti, si deve ammettere purtroppo che molto è già emerso.

Per questo, non più tardi di un mese fa ho salutato con particolare soddisfazione l’accordo di collaborazione per eliminare i messaggi di odio online sottoscritto dalle più grandi società di internet e social media con la Commissaria europea per la Giustizia, Vera Jourovà. A quell’accordo abbiamo lavorato fin da dicembre scorso, insistendo perché avesse finalmente una portata europea. Ci siamo riusciti ed è stato un passo importante.

Crisi economica, crisi della democrazia e crisi della rappresentanza alimentano infatti regimi discorsivi sempre più deteriorati, paradigmi discriminatori e tendenze xenofobe, e purtroppo anche una sempre più scoperta criminalizzazione del migrante in quanto tale, con la spinta a individuare nel diverso, nello straniero, nell’immigrato il capro espiatorio su cui scaricare violenza e frustrazione. Ma non è questa l’Italia o l’Europa che vogliamo, e sono certo: non sono queste le parole e i sentimenti che prevarranno. Da ieri lo dobbiamo anche a Emmanuel, e a Chinvery, la sua dolce compagna.

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Ue, Commissione rinvia decisione su Spagna e Portogallo. La palla passa al Consiglio, ma la multa potrebbe essere zero

Spagna e Portogallo non hanno fatto abbastanza per contenere il proprio deficit nel 2015 e per questo dovranno procedere a dei percorsi di aggiustamento. È questa la conclusione a cui è giunta la Commissione Europea che ha parò lasciato l’ultima parola – secondo quanto previsto dalle regole comunitarie – all’Ecofin, l’organo che riunisce i ministri dell’Unione Europea, che potrebbe valutare la possibilità di comminare delle sanzioni ai due Paesi.

“La palla è ora nel campo del Consiglio” per prendere una decisione su Spagna e Portogallo, perché “alla fine è il Consiglio che decide”, ha detto il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis e il commissario Pierre Moscovici, sottolineando che “noi abbiamo fatto il nostro lavoro. Se i ministri daranno luce verde, la Commissione avrà 20 giorni per presentare le sue proposte per multe che potrebbero essere comunque ridotte o cancellate in presenza di ‘circostanze eccezionali’.

A confermare questa “possibilità” sono stati sia il vicepresidente Valdis Dombrovskis che il commissario Pierre Moscovici. “Le regole del patto di stabilità e crescita permettono di non rispondere con semplici sì e no alle domande, e di avere un approccio più sfumato rispetto al bianco-nero”, ha osservato quest’ultimo, accusato da una giornalista di contribuire alla confusione nell’opinione pubblica e alla scarsa chiarezza.

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Non si predichi più l’odio contro i migranti

L’uccisione di Emmanuel Chidi Namdi, 36 anni, nigeriano, commesso ieri nelle Marche ci obbliga a fermarci. Emmanuel, come sua moglie Chimiary, era cristiano, fuggito dal suo Paese, la Nigeria, per sottrarsi alle persecuzioni e alla violenza di Boko Haram: una violenza tremenda che, secondo le prime ricostruzioni, gli ha distrutto la famiglia uccidendogli i genitori e una figlia. Una coppia da proteggere, difendere, accogliere, anche nell’ottica demagogica di chi propaga e gode del presunto scontro di civiltà. Anche se nella propaganda populistica italica, quando chi scappa approda sulle nostre coste, diventa “invasore”, “presunto profugo”, usurpatore di diritti e welfare sottratti a qualcun altro. Così i cristiani e le altre vittime di persecuzione sono “utili” finché sono lontani, finché si deve parlare male degli “altri” di “fuori”.

Emmanuel e sua moglie sono arrivati in Italia-Europa, culla del cristianesimo, della civiltà e del diritto, per provare a vivere. Emmanuel in Italia-Europa è stato ucciso per razzismo, non da un ultrà (“sostenitore fanatico di un club sportivo”), ma da un omicida razzista, che prima aveva insultato pesantemente sua moglie. Se – come appare evidente – ci sono legami, contiguità o comune appartenenza, tra “ultrà” e gruppi di estrema destra xenofobi, razzisti, violenti, chiamiamo le cose con il loro nome.

Ventisette anni fa, il 24 agosto del 1989, un altro africano, Jerry Essan Masslo, profugo sudafricano, venne ucciso in Italia, a Villa Literno. La Comunità di Sant’Egidio lo conosceva bene, avendolo accolto a Roma. Jerry fuggiva dall’apartheid sudafricano, sistema di segregazione razziale istituito dagli europei nel suo Paese. In tanti in quegli anni manifestavano e si battevano in Europa per la fine di quel sistema iniquo e la morte di Jerry fu uno choc.

L’Italia si scoprì razzista e i media e l’opinione pubblica diedero grande risalto alla sua vicenda. Jerry in un’intervista al Tg2 aveva dichiarato: “Avere la pelle nera in questo paese è un limite alla convivenza civile. Il razzismo è anche qui: è fatto di prepotenze, di soprusi, di violenze quotidiane con chi non chiede altro che solidarietà e rispetto”. Queste parole all’indomani dell’uccisione di Emmanuel sono un macigno. Si vergognino coloro che ancora fomentano razzismo e divisione a fini politici o di piccoli tornaconti personali. Ci sono esponenti politici che in questi anni hanno definito la ministra Kyenge scimmia: esattamente l’insulto che l’omicida di Fermo ha rivolto alla moglie di Emmanuel prima di colpirlo a morte. Esattamente lo stesso insulto che tante donne africane hanno sentito rivolgersi in autobus, al mercato o in strada.

Il razzismo non è un gioco, è un crimine pericoloso, propellente che genera violenza minuta, che inficia la convivenza quotidiana di società con molteplici identità, che mette a rischio la vita di quartieri e città, che può esplodere fino all’omicidio, ai raid incendiari. Abbassa il livello di umanità e civiltà del nostro Paese.
Oggi bisogna solo stringerci accanto alla moglie di Emmanuel, Chimiary, consolarla e chiederle scusa e con lei costruire un’Italia più giusta e umana per tutti.

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Expo, primo esame per la sicurezza: “Un blocco di due-tremila antagonisti con cui non è stato possibile dialogare”

Appunti sparsi dalla vigilia dell’inaugurazione di Expo: una decina di perquisizioni; un covo freddo e svuotato; un arresto; cariche di alleggerimento contro un gruppo di anarchici infiltrati al corteo No Expo degli studenti; scritte, spray e vetrine rotte; l’espulsione dei tre tedeschi trovati ieri con mazze ferrate, maschere antigas e stracci e bottiglie utili per fabbricare molotov. Altri tre tedeschi sono stati fermati su un furgone con i vetri schermati: avevano bombolette con urticante ed è probabile che a Milano non volessero fare proprio una passeggiata.

Le informazioni di intelligence e dell’Interpol parlano chiaro: “Due-tremila persone arrivate nei giorni scorsi sono pronte ad incendiare Milano”. Genericamente ascrivibili a quelle due paroline black-bloc. A Genova, quattordici anni fa, ne bastarono molti meno.
Mentre i red carpet di Armani, della Scala e di piazza del Duomo si animano delle eccellenze del made in Italy in tutte le sue forme, moda, cinema, musica, sport con tocchi di Hollywood, premi Oscar e star come Bocelli e Tina Turner per inaugurare Expo, un sistema di sicurezza imponente per numeri e tecnologia prosegue l’altro lavoro, parallelo a quello della Esposizione internazionale: fare in modo che fili tutto liscio. A cominciare da ora. E almeno per i prossimi sei mesi.

Una fatica già iniziata in queste “Cinque giornate di Milano” che mescolando Primo Maggio, diritti negati ed Expo sono diventate un piatto ricchissimo per le forze antagoniste e anarchiche italiane ed europee. “Qui andiamo avanti giorno dopo giorno” dicono dal gabinetto della questura di Milano dove il questore Luigi Savina è, insieme al prefetto, il vertice di una catena di comando che gestisce 4.600 uomini (esercito compreso) e una sala operativa altamente tecnologica forte, ad esempio, di cinquemila telecamere a tutela di luoghi e obiettivi.
Il capo della polizia Alessandro Pansa mette in chiaro, e non lo fa solo da oggi, come stanno le cose: “I timori sono tanti perché Expo è un palcoscenico mondiale ed eccezionale per chi cerca notorietà nel male”. “Tanti” su un doppio piano, quello della sicurezza interna e sul fronte della minaccia jihadista. Inutile dire che molti, tutti quelli che ne hanno l’età, non possono non osservare che il contesto nazionale e internazionale è molto simile a quello di quattordici anni fa, luglio 2001, i giorni del G8 di Genova.

Il dispositivo di sicurezza di Milano è completamente diverso. Non ci sono zone rosse artificiali blindate con reti di metallo alte tre metri e mezzo e i padiglioni dell’Expo restano naturalmente isolati a 12 km dal centro della città. Il questore Savina punta molto sul “dialogo” con gli organizzatori dei gruppi e delle sigle che hanno organizzato le “Cinque giornate” (questo ci fu anche a Gonova) tra cui il corteo “No Expo”, domani, considerato l’appuntamento più a rischio.

Ma il questore punta ancora di più sulla prevenzione (decisamente carente a Genova). Polizia, carabinieri, Guardia di finanza, eseguono ogni giorno perquisizioni ad indirizzi mirati, e finora tutti giusti, per disinnescare possibili focolai di guerriglia urbana. Mercoledì sono state passate al setaccio le case popolari occupate da gruppi antagonisti al Giambellino. Oggi i controlli sono scattati in via Ambrogio de Predis, in via Mac Mahon, in via Bramantino all’interno del centro sociale La Madragola. Una ragazza avrebbe messo le mani addosso ad un agente ed è stata arrestata. Un gruppetto di anarchici è arrivato in soccorso e c’è stata qualche tensione. “Abbiamo cercato il dialogo con tutte le anime della manifestazione – dice un funzionario della Digos di Milano – il problema è uno zoccolo duro pari al 10 per cento (sui 20-30 mila previsti, ndr) con cui non c’è alcuna possibilità di interlocuzione”. Si tratta di soggetti per lo più stranieri arrivati nel nord Italia nei giorni scorsi soprattutto da Francia, Germania, Grecia e Spagna. La novità di questo black bloc internazionale sarebbe la presenza di bosniaci e giovani dall’est.

Questura e prefettura hanno deciso di cambiare il percorso del corteo di domattina . A Milano sono segnati in rosso ben 490 obiettivi (al netto dell’area Expo) ed è consigliabile spostare la marcia lontano dal centro storico “passando da via De Amicis e via Carducci per concludersi in piazza Cadorna”. Protestano gli organizzatori (Cobas e Cub) che parlano di “scenari di guerra inesistenti” e assicurano che il loro sarà un “corteo pacifico in solidarietà ai lavoratori della Scala sotto ricatto per la Turandot e alle migliaia di lavoratori che il Primo maggio saranno costretti a lavorare in barba a norme e sentenze”.

Bonifiche e perquisizioni continueranno anche stanotte. “Saremo durissimi contro chi cerca lo scontro per garantire il diritto a manifestare legalmente ” è la promessa del ministro dell’Interno Angelino Alfano. Si dice sempre così. Poche ore e comincerà, tutto insieme: corteo, Primo maggio, Expo. Alla presenza del presidente del consiglio Matteo Renzi. In effetti, una vetrina eccezionale.

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Iran’s president: Europe, U.S sound ‘different’

Western leaders have said Iran seems to sound different under the leadership of newly elected President Hassan Rouhani. On Friday, it was Rouhani’s turn to return the compliment, saying European Union officials and U.S. President Barack Obama sound “di…

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Chinese firm under U.S. sanctions wins Turkish missile deal

Man walks past the logo of China Precision Machinery Import and Export Corp at its headquarters in BeijingBy Ece Toksabay ISTANBUL (Reuters) – NATO member Turkey announced on Thursday it had agreed a $4 billion co-production deal for a long-range air and missile defense system with a Chinese firm hit by U.S. sanctions, rejecting rival bids from Russian, U.S. and European firms. The decision to take the FD-2000 from China Precision Machinery Import and Export Corp (CPMIEC) underlined the growing strength of China’s defense industry as well as Beijing’s political interest in the Middle East and Turkey’s increasingly independent line towards Western partners. …


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Online retailers go hi-tech to size up shoppers and cut returns

Moses, co-founder of clothes sizing software start-up UPCload, demonstrates a customised pair of trousers used to take body measurements at the UPCload office in BerlinBy Emma Thomasson BERLIN (Reuters) – Online retailers are trying to cajole consumers into revealing their vital statistics with new sizing technology tailored to turn back a tide of returned garments that is hurting profits. Up to half of the clothes bought online are sent back, many due to poor fit, squeezing retailers’ margins and creating logistical problems in recovering and re-selling rejected stock. Clothing is the most popular online shopping category in most of Europe: 45 percent of Brits and 41 percent of German consumers bought online in the last year, Mintel research shows. …