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Se guardiamo oltre la foto del matrimonio di Emmanuel e Chimiary

A Yusupha è andata bene. Il colpo di pistola che aveva ricevuto alla testa non gli è stato fatale come il pugno alla nuca ricevuto da Emmanuel. Yusupha Susso, ha 21 anni, viene dal Gambia, e ad aprile è stato vittima di un’aggressione armata nel quartiere di Ballarò, a Palermo. In pochi hanno raccontato la sua storia. Forse perché di Yusupha non è stata pubblicata un’immagine nella quale rivedersi, specchiarsi come quella del matrimonio di Emmanuel e Chimiary.

emmanuel

Un video ha incastrato gli aggressori di Yusupha che mi è tornato in mente leggendo quello che è accaduto a Fermo. Sicilia Informazioni titola la notizia: “Ballarò come Gomorra” e in effetti quelle immagini sembrano una scena della popolare serie tv. Il ragazzo inquadrato di spalle dalle telecamere di sicurezza che dopo la lite con Yusupha cammina in una strada affollata con la pistola in pugno, nascosta (e neanche più di tanto) dietro la schiena ha lo stesso taglio e la stessa andatura sfrontata dell’attore che interpreta il giovane boss detto “O’ track” in Gomorra. Il video racconta che Yusupha era in compagnia di due amici connazionali. Una lite per futili motivi. Il guappo di turno che non ci sta, torna indietro, prende la pistola e insegue Yusupha che scappa, impaurito.

Oltre la Sicilia, l’eco della vicenda si è sentito poco. In pochi hanno raccontato la vita di questo giovane. Ho trovato una descrizione su Palermo Today di un amico: “Yusupha è una persona eccezionale. Voi direte che sono di parte perché è un mio amico. E forse è vero. Ma vi voglio raccontare chi è. È nato in Gambia nel 1995 ed è arrivato in Italia con enorme coraggio dopo aver attraversato l’Africa del nord e avere lavorato per un po’ di tempo anche in Libia. Nella sua vita è già stato muratore, minatore, cuoco, falegname. E cantante. Sì, è un grandissimo cantante” con la sua famiglia ha girato l’Africa, sono cantanti nomadi. Poi la guerra in Libia e la fuga in Italia.

Mi sono domandata il motivo per cui di Yusupha si è parlato poco, molto meno di Emmanuel. Forse perché Emmanuel è morto e Yusupha no? Non credo. Yusupha ha ricevuto un colpo di pistola alla testa, nei giorni in cui è stato in coma farmacologico tutti lo davano per morto. Il suo risveglio è stato un mezzo miracolo. Allora forse perché è successo a Ballarò che è notoriamente un quartiere difficile, mentre Fermo è un cittadina più tranquilla? Ma ho scartato anche questa ipotesi, l’odio razziale non ha geografia. L’unica spiegazione che mi sono data è che la prima immagine che ci è arrivata del delitto è quella di una coppia di sposi felici, il giorno delle nozze: l’abito bianco e il fiore nei capelli, la camicia azzurra e la cravatta abbinata, l’abbraccio tenero tra i due. In quella foto non vediamo noi stessi.

Allora penso che è il caso di guardare ancora e ancora il video di Yusupha che scappa per ricordarci che Emmanuel non è l’unica vittima, che i razzisti ci sono in Sicilia, come nelle Marche, che possono essere d’estrema destra, pregiudicati o brava gente, di quelli che dicono: “Non doveva morire però se fosse rimasto a casa sua…”, dimenticando che se davvero fossero rimasti a casa loro Yusupha probabilmente sarebbe morto sotto le bombe in Libia ed Emmanuel per mano di Boko Haram in Nigeria.

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Expo, i ragazzi si preparano alla manifestazione: “Questa società che si fa bella con Expo, fa schifo”

MILANO – Arrivano a gruppi, qualcuno in coppia, qualcuno pure da solo. Tende, zaini, gli striscioni per la manifestazione di domani ancora arrotolatati. Al Parco Trenno, periferia Nord di Milano, prende vita il campeggio dei No Expo. Questo immenso polmone verde è un simbolo per chi da sempre si oppone all’Esposizione Universale. Da qui sarebbero dovute passare le contestatissime Vie d’acqua. Un progetto che avrebbe dovuto unire, tramite canali navigabili, Milano al polo espositivo di Expo a Rho, poi ritirato anche per i ritardi nei lavori, ma considerato dai contestatori dell’evento milanese come una loro vittoria.

Qui si riuniranno i manifestanti di tutto il mondo per valutare le azioni da compiere nei prossimi giorni. Su tutte la May Day Parade di domani pomeriggio, dove si temono scontri e dimostrazioni ben peggiori di quelli accaduti oggi durante il corteo degli studenti. Questo dovrebbe essere il quartier generale delle ormai note “ cinque giornate di Milano”. Eppure, per ora, l’atmosfera è da concerto, da raduno festoso. Ci sono bar che cucinano esclusivamente vegano, una birreria e una libreria dove si terranno workshop e riunioni. Le casse mandano musica di Bob Marley e qualche pezzo Ska.

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Della polizia, tra tardo pomeriggio e sera, non c’è ombra. Controllano da lontano, tutto sembra tranquillo. Persino la bocciofila del parco è ancora presa d’assalto dai pensionati della zona. Qualcuno di loro scambia anche quattro chiacchiere con i manifestanti, sono incuriositi dalla protesta. C’è chi condivide e chi borbotta in milanese, suggerendo loro di trovarsi un lavoro.

I No Expo sono una realtà frastagliata, che va da comitati di quartiere, ambientalisti e associazioni Lgbt a centri sociali, anarchici, balck bloc e No Tav. Al campeggio, per ora, ci sono soprattutto giovani da tutta Italia, ma anche da Francia, Germania, Spagna e Inghilterra. I centri sociali e alcuni storici leader della protesta non sono ancora arrivati. Ci sono tanti studenti universitari, ma anche liceali. C’è un gruppo di Bergamo, ragazzi e ragazze appena maggiorenni. Piercing e zainetti, birre nelle mani. Di Expo contestano soprattutto l’aspetto che riguarda il lavoro gratuito e il precariato.

Raccontano di aver seguito la protesta solo negli ultimi mesi, perché gli insegnanti hanno parlato dell’Esposizione in modo acritico, proponendo loro di fare i volontari. “Roba da matti –commenta Francesco, 18 enne che vorrebbe diventare regista- Se il mondo del lavoro non cambia noi non avremo futuro. Non voglio andarmene dal mio Paese. Non ci piace nemmeno che si parli di cibo per tutti e poi si abbiano sponsor come Mc Donald e Coca Cola”.

La maggior parte dei campeggiatori parla volentieri, ma molti non vogliono farsi riprendere né fotografare, nemmeno da lontano, nemmeno con un telefonino. “Metti giù, per favore” dice gentilmente un ragazzo con accento francese. Esce da un capannello di persone che parlano fitto in cerchio. Probabilmente stanno facendo una riunione operativa, ma appena qualcuno di sospetto si avvicina smettono di parlare. Allontanano persino una signora che porta a spasso il suo cane. Uno di loro si spazientisce e usa toni meno accomodanti: “Adesso basta con quel telefono –ci dice- cancella ‘sta cazzo di foto”.

“La nostra protesta è giusta. Questa società, che si fa bella con una porcata come Expo, fa schifo – grida Simone, catanese e studente di Biologia – Noi la vogliamo cambiare. Bisogna alzare il livello dello scontro popolare. Non lo facciamo solo noi. A Bologna gli insegnanti hanno protestato contro questa schifosa riforma della scuola e anche loro sono stati etichettati come contestatori, gente di 50 anni. Voi media gonfiate tutto”.

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Un altro ragazzo sfodera uno smartphone con vetro rigato, riguarda i video del corteo studentesco. “Ma dai hanno fatto solo bene a imbrattare la sede di Manpower, se lo meritano sti stronzi e poi questa mica è violenza”. La tensione per la manifestazione di domani, comunque c’è. “Vogliamo essere uniti, spero non ci siano gruppi che faranno di testa loro. È importante fare sentire la nostra voce. Il dissenso è violento per definizione. Deve essere rottura, ma nei limiti. Expo fa schifo, è il regno dei corrotti, il simbolo del degrado di questo Paese”.

Dietro di loro un gruppo di persone, alcuni non più giovanissimi, discute a bassa voce e guarda male chi si avvicina troppo. Altra riunione. Qualcuno ha in mano una cartina di Milano. Ci passa le dita sopra, come a indicare un percorso, forse quello della manifestazione. Forse quello che porta ad altri “obiettivi sensibili”, come Expo Gate, Piazza Affari, il teatro La Scala e il Palazzo delle Stelline.
Quest’anno il corteo del 1 maggio non passerà dal centro, ma si teme che i gruppi più violenti si stacchino dal corteo per compiere azioni mirate in alcune zone della città.

Giulia, studentessa milanese di liceo classico a cui stanno a cuore soprattutto l’impatto ambientale di Expo e l’ingiusta partecipazione delle multi nazionali guarda da lontano gli attivisti in riunione. Le suona il cellulare, un iphone ultimo modello: “Ciao mamma, tutto bene sì. Non preoccuparti. No promesso, se c’è casino in manifestazione mi stacco”. Sbuffa, alza gli occhi al cielo poi guarda l’amica e dice “Io però, alla fine, un po’ di paura per domani ce l’ho”.

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Isis e narcos messicani: lo Stato islamico arriva nella terra di Pancho Villa. L’alleanza con uno dei cartelli più spietati

Sono arrivati anche in Messico. Ai confini con gli Stati Uniti. Hanno “risvegliato” due cellule “dormienti”, e stretto un patto d’azione con uno dei più potenti cartelli del narcotraffico. I tentacoli della “piovra” jihadista hanno raggiunto anche la terra di Pancho Villa e, dopo l’alleanza con i trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo, il “califfato” guarda ora verso il “Grande Satana” e a possibili infiltrazioni attraverso la frontiera blindata, ma non per questo invalicabile, che separa il Messico dagli States.

Infiltrazioni e affari. Un passo indietro nel tempo. Agosto 2014: i jihadisti dell’Isis guardano con “crescente attenzione” al confine fra Stati Uniti e Messico per un eventuale attacco sul suolo americano. Il Dipartimento per la sicurezza pubblica del Texas, citato da FoxNews, afferma che “un esame dei messaggi sui social media dell’Isis durante la settimana che si è chiusa il 26 agosto (2014) mostra il crescente interesse sul potersi infiltrare clandestinamente nel confine sud occidentale degli Stati Uniti per un attacco terroristico. Gli account sui social media che si ritengono essere di militanti dell’Isis hanno indicato una non specificata operazione al confine e la loro consapevolezza di una possibile entrata illegale tramite il Messico”.

PATTO D’INTERESSI

L’informativa è contenuta in un documento di tre pagine datato 28 agosto 2014, che fa eco ai timori nello stesso senso espressi dal governatore del Texas, Rick Perry, nei giorni precedenti. Aprile 2015: lo Stato islamico avrebbe cellule attive nello Stato di Chihuahua, nel Messico settentrionale, a pochi chilometri dal confine con gli Stati Uniti. I jihadisti valicherebbero il confine con l’aiuto dei narcotrafficanti ed esplorerebbero gli obiettivi dei loro futuri attacchi sul suolo americano. Una delle basi dello Stato islamico si troverebbe a circa otto chilometri dal confine, in una zona conosciuta come Anapra, appena ad ovest di Ciudad Juárez ( Chihuahua ).

Un’altra cellula di islamisti avrebbe sede a Puerto Palomas, una città dello stesso stato, avverte l’organizzazione Judicial Watch, che così parla di sé: “una fondazione apartitica che promuove trasparenza, credibilità e moralità nel governo, nella politica e nella legge”. Secondo un suo report, durante un’operazione congiunta avvenuti agli inizi di Aprile, l’esercito messicano e agenti federali degli Stati Uniti hanno scoperto documenti in arabo e urdu, e mappe di Fort Bliss, uno struttura militare che ospita la Prima divisione corazzata statunitense negli Stati americani del New Mexico e del Texas.

Fonti delle forze dell’ordine e di intelligence segnalano che la zona intorno ad Anapra è dominata dal cartello di Vicente Carrillo Fuentes (“Cartello di Juárez”), La Línea (il braccio armato del cartello) e il Barrio Azteca (una banda originariamente formata nelle carceri di El Paso). La presenza del Cartello nella zona di Anapra ne fa un ambiente operativo estremamente pericoloso e ostile per l’Esercito messicano e le operazioni della Polizia Federale. “Gruppi di terroristi islamici – sostiene l’organizzazione Usa – stanno operando nella città di frontiera messicana di Ciudad e pianificano l’attacco agli Usa con autobombe o altri veicoli trasformati in strumenti esplosivi. Funzionari federali di alto livello, agenti dei servizi segreti ed altre fonti hanno confermato a Judicial Watch che un bollettino di allarme per un imminente attacco terroristico è stato emesso. Agenti di agenzie che fanno capo ai ministeri della Sicurezza Nazionale, della Giustizia e della Difesa sono stati messi in allarme e incaricati di lavorare aggressivamente su tutte le possibili piste e fonti che riguardano questa imminente minaccia terroristica.

Specificamente, le fonti di Judicial Watch hanno rivelato che è confermato che i militanti del gruppo Islamic State of Iraq and Greater Syria (ISIS) stanno adesso operando a Juarez, città famosa per essere infestata da criminali e trafficanti di droga e situata di fronte a El Paso, Texas. Agenti dei servizi segreti Usa hanno raccolto conversazioni telefoniche e via radio che indicano che i terroristi di Isis e di al-Qaeda stanno per portare a compimento piani per attacchi terroristi, ha detto una fonte a Judicial Watch.

Isis e non solo. Il narcotraffico dei cartelli sudamericani è fonte di sostegno anche di organizzazioni jihadiste, in particolare vicine ad Al Qaeda nel Maghreb islamico. “I legami tra traffico di droga e terrorismo (narcoterrorismo) continuano a crescere e non è una tendenza nuova”. A sostenerlo è la DEA, l’agenzia antidroga americana, in un recente rapporto – intitolato “Combattendo il crimine organizzato transnazionale”.

Un cartello messicano in particolare – quello di Sinaloa, in combutta con soci colombiani – sarebbe l’organizzazione criminale più coinvolta negli affari con i gruppi terroristici islamici dell’occidente africano, tra cui Hezbollah libanese e al-Qaeda. “Per ottenere più risorse le divisioni del terrorismo dedite al narcotraffico portano avanti attività criminali alternative: riciclaggio di denaro, sequestri, estorsioni e contrabbando”, scrivono gli esperti del Centro di Operazioni contro il Narcoterrorismo della Divisione Operazioni Speciali della DEA (una branca creata dopo l’11 settembre). Non solo: dei 51 gruppi terroristi così qualificati dal Dipartimento di Stato, quasi la metà – ben 20, tra cui al- Qaeda nel Maghreb ed Hezbollah in Libano – sarebbero vincolati al narcotraffico colombiano e messicano. Stando agli americani Al Qaeda controllerebbe il traffico nella regione del Sahel nell’Africa Occidentale, mentre Hezbollah sarebbe “coinvolto nel traffico di cocaina e nel riciclaggio di denaro tra Sudamerica, Africa Occidentale, Europa e Medio Oriente”.

METODI AFFINI

A unire le cosche dei narcotrafficanti messicani e i jihadisti dello Stato islamico sono anche il “gusto” per l’orrore e l’uso dei video come strumento di propaganda e di avvertimento. I narcos messicani come i terroristi dell’Isis: l’equipaggiamento di armi, mitra, pick up, ricetrasmittenti e smartphone è lo stesso. Lo si vede in un video diffuso sul web per documentare la loro potenza (e incutere timore a chi osa sfidarli). E anche loro decapitano i “nemici”. Il filmato è stato rilanciato dal sito lapolaka.com. Nel filmato si vede un lungo convoglio di auto di narcotrafficanti, proprio come i cortei di furgoni neri dell’Isis di alcuni video di propaganda. I narcos del filmato sono pronti a colpire il gruppo rivale. Il 12 Aprile uno dei questi convogli nello Stato di Chiuaua ha teso un agguato ad un reparto di gendarmi nello Stato di Jalisco uccidendo 15 agenti. La strage è stata attribuita al Cartello Nuova Generacion-Jalisco, formazione già protagonista di azioni con questo modus operandi.

Le autorità messicane ora temono nuove incursioni da parte della banda colpita, che vorrà vendicare la morte del proprio boss, Heriberto Cardenas. Le decapitazioni sono mediaticamente all’ordine del giorno a causa dell’estremismo islamico, ma i jihadisti non sono i soli ad utilizzare questa brutale forma di omicidio: anche i narcos messicani infatti non hanno esitato in numerose occasioni a tagliare la testa ai loro nemici in un’escalation di sangue ed orrore senza fine. Particolarmente raccapricciante fu un video pubblicato da alcuni membri del cartello del Golfo nel 2012, in cui veniva mostrata la decapitazione di cinque membri appartenenti a una gang del narcotraffico rivale. I cinque uomini, nel video di circa 3 minuti, vengono posti in ginocchio di fronte la telecamera e una volta ciascuno dicono nome e cognome.

Subito dopo avviene la decapitazione in diretta, a colpi di machete sul collo. “La gente come voi merita di finire cosi”, questo il commento di chi gira il video, poco prima della decapitazione. Tra i più brutali massacri attribuibili alla lotta dei cartelli della droga messicani vi fu nel maggio del 2012 una strage al confine col Texas, che provocò 49 vittime, uccise e fatti a pezzi secondo un preciso rituale ormai consuetudinario fra i membri di queste organizzazioni criminali. Lungo la strada che collega Monterrey a Reynosa, al confine con il Texas, all’altezza del chilometro 47, furono abbandonati lungo i bordi della carreggiata i corpi, fatti a pezzi e messi in dei sacchetti di plastica. Fonti di intelligence messicane riferiscono inoltre che l’Isis intende avvalersi di ferrovie e infrastrutture aeroportuali in prossimità di Santa Teresa, New Mexico, punto di ingresso negli Usa. Le stesse fonti aggiungono che gli uomini legati ad al-Baghdadi si sono “infiltrati” nelle montagne vicino Portillo, sempre in New Mexico, con la funzione di aiutare l’attraversamento delle frontiere.

L’AMERICA INFILTRATA

Il che sposta l’attenzione sulla presenza di cellule legate allo Stato islamico o più in generale alla nebulosa jihadista negli Usa. Un primo allarme scatta l’ottobre scorso, quando, per cercare di fermare la minaccia di attacchi da parte dello Stato islamico all’interno degli Stati Uniti o la partenza di cittadini americani per unirsi ai jihadisti in Siria e in Iraq, l’Fbi ha chiesto aiuto direttamente agli americani.

“Abbiamo bisogno dell’assistenza delle persone per identificare chi è intenzionato ad andare a combattere all’estero con gruppi terroristici o è intenzionato a tornare in America dopo aver combattuto all’estero”, sottolinea in una nota Michael Steinbach, della divisione della polizia federale che si occupa di controterrorismo. L’Fbi ha anche lanciato un questionario online e un video con un uomo che parla alla perfezione inglese e arabo.

“Speriamo che qualcuno possa riconoscere questa persona e possa fornirci informazioni fondamentali. Nessuna piccola parte di informazione è inutile”, afferma Steinbach. La nuova campagna nazionale dell’Fbi arriva dopo una più mirata a Minneapolis, Minnesota, in cui si chiedeva ai principali leader delle comunità di fornire dati su persone intenzionate a partire per l’estero per unirsi al jihad. Aprile 2015: sei arresti vengono eseguiti tra il 18 e il 19 Aprile tra il Minnesota e la California in relazione a un’indagine per terrorismo su giovani che si sono recati o hanno tentato di recarsi in Siria per combattere in milizie islamiste, tra cui l’Isis. A renderlo noto sono le autorità federali. Gli arresti sono stati compiuti a Minneapolis e San Diego e – affermano le autorità – non c’è stata alcuna minaccia per la sicurezza pubblica. Secondo le autorità, alcuni residenti del Minnesota si sono recati in Siria per combattere con i militanti nel corso dell’ultimo anno e almeno uno di loro è morto mentre combatteva per l’Isis. Dal 2007 più di 22 giovani somali hanno viaggiato dal Minnesota alla Somalia per unirsi al gruppo terroristico di al-Shabab.

La “jihad” negli Usa e contro gli Usa corre anche nel Web. Ventidue Marzo 2015: Nuova minaccia dell’Is contro l’America. In un post pubblicato sul web si lancia un appello “a tutti i fratelli residenti negli Usa”, militanti o aspiranti jihadisti, perché uccidano 100 militari americani che hanno partecipato alla lotta contro lo Stato islamico. Cento persone indicate una per una con nome e cognome, pubblicandone anche le foto e i presunti indirizzi. una vera e propria “black list” rivelata dal Pentagono e dall’Fbi, che hanno confermato la notizia riportata in origine dal New York Times. E le indagini dovranno innanzitutto appurare se la ‘lista nera’ pubblicata dalla cosiddetta “Hacking Division” dell’Isis sia il frutto di informazioni ‘rubate’ ai server del Dipartimento della Difesa oppure di un lavoro meticoloso di raccolta dati sul web, soprattutto sui social media. S’inquadra in questo contesto, la richiesta che Barack Obama ha avanzato lo scorso febbraio al Congresso degli Stati Uniti di nuovi poteri di guerra contro lo Stato islamico: vuole un’autorizzazione limitata nel tempo, che scada dopo tre anni, ma allo stesso tempo che non preveda limiti geografici e non escluda l’uso di truppe Usa sul campo e, soprattutto, afferma, che “mostri al mondo che siamo uniti nella nostra determinazione a combattere la minaccia” posta dall’Isis. “Una minaccia alla stabilità dell’Iraq, della Siria, del Medio Oriente e alla sicurezza nazionale Usa”, ha scritto nella lettera che accompagna la proposta di risoluzione, inviata oggi formalmente al Congresso. “Se non affrontato – afferma Obama – l’Isis diventerà una minaccia che andrà oltre il Medio Oriente e arriverà anche negli Stati Uniti”. E in effetti la minaccia sembra già serpeggiare all’interno degli Usa. Secondo l’intelligence americana, tra i circa 20 mila combattenti stranieri che si sono uniti all’Isis in Iraq e Siria ce ne sono circa 3.400 giunti da Paesi occidentali, tra cui alcuni degli oltre 150 americani che avrebbero tentato di farlo. Indagini su possibili collegamenti tra l’Isis e cittadini americani sono aperti in 50 Stati.

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